Il reparto non aveva l’aspetto di un luogo chiuso.

Anesh se ne accorse appena il mezzo entrò sotto l’arco metallico e la luce dell’alba scomparve alle sue spalle. Si era aspettato un’officina buia, piena di fumo, rumori violenti, martelli, scintille, uomini che gridavano ordini sopra il frastuono dei motori. Invece si trovò dentro uno spazio immenso, alto come una gola scavata nella montagna, attraversato da passerelle, piattaforme sospese, bracci meccanici ripiegati lungo le pareti e lame di luce che scendevano dall’alto senza mostrare da dove venissero.

Non era silenzioso. Il silenzio, a Yantra, sembrava non esistere. Ma ogni suono aveva un posto.

C’era il respiro profondo delle macchine in attesa, il fruscio dei pannelli che si aprivano, il ticchettio secco di piccoli strumenti automatici, il rotolare controllato dei carrelli, il sibilo dell’aria compressa, il battito regolare di qualcosa che veniva calibrato più in basso, forse sotto il pavimento. Nessun rumore copriva davvero un altro. Anche il caos, lì dentro, sembrava istruito.

L’officina mobile avanzò lentamente lungo una corsia marcata da linee luminose. Le sue grandi ruote scure lasciarono sulla superficie chiara del pavimento quattro tracce di polvere, subito aspirate da fessure sottili che si aprivano al suo passaggio. Sopra la piattaforma, i cassoni chiusi vibravano appena. I bracci ripiegati, gli agganci, i supporti laterali e le parti mobili del piano superiore furono attraversati da una serie di bagliori rapidi, come se decine di occhi invisibili stessero percorrendo ogni bordo, ogni giuntura, ogni ammaccatura.

Anesh rimase rannicchiato nella sua nicchia, con le braccia attorno alle ginocchia. Nessuno gli aveva detto di scendere. Nessuno gli aveva detto di restare. La città sembrava procedere senza bisogno di rivolgersi a lui.

Questo gli diede una sensazione strana, quasi umiliante. Non era prigioniero, ma non era nemmeno accolto. Era un elemento da leggere.

Sopra la corsia si accese una scritta composta da simboli tecnici. Alcuni Anesh non li conosceva, altri li intuì dal contesto. Il mezzo rallentò ancora. Un segnale scese dall’alto e si dispose davanti alla piattaforma come una piccola griglia sospesa.

Veicolo autonomo di officina mobile.

Provenienza esterna.

Percorso ricostruibile: parziale.

Unità di guida: assente.

Sistemi di riparazione: attivi, ma non dichiarati.

Carico: non conforme a registri cittadini.

Presenza organica: una.

Oggetto organico secondario: funzione non identificata.

Anesh lesse l’ultima riga due volte.

Oggetto organico secondario.

Per un istante non capì. Poi sentì il peso leggero del cestino contro il fianco e serrò appena le dita sulla cinghia.

Ku.

Per Yantra, Ku era un oggetto organico secondario. Non una creatura, non una presenza, non un segno, non una domanda. Un oggetto. Secondario. Senza funzione.

Avrebbe dovuto arrabbiarsi, forse. Invece provò un disagio più sottile, perché comprese che la città non voleva offenderla. Non c’era disprezzo in quella classificazione. Solo incapacità di vedere altro. Yantra non negava Ku: semplicemente non sapeva dove metterla.

La griglia luminosa cambiò forma.

Classificazione incompleta.

Richiesta verifica manuale assistita.

Invio a reparto anomalie operative.

La corsia sotto le ruote si spostò di lato. Non fu il mezzo a girare: fu il pavimento a condurlo. Anesh sentì un lieve slittamento sotto di sé, poi l’officina mobile fu presa da un sistema di guide invisibili e trasferita verso una zona più interna del reparto. Altri veicoli erano fermi su piattaforme simili, alcuni piccoli come carri da ricognizione, altri enormi, coperti da piastre danneggiate e ruote deformate. Da uno di essi usciva una colonna di vapore sottile; attorno, tre bracci robotici lavoravano con movimenti lenti, mentre due ragazzi controllavano i dati su un pannello trasparente.

Anesh guardò quei ragazzi.

Uno aveva forse sedici anni, non di più. Portava una tuta corta alle maniche, i capelli rasati da un lato e una serie di strumenti agganciati all’avambraccio. L’altra, più giovane, stava inginocchiata vicino a un mozzo aperto e inseriva una sonda in una cavità metallica con la concentrazione di chi sta accordando uno strumento delicato. Un adulto li osservava da pochi passi di distanza, senza intervenire.

Non sembravano studenti, ma non sembravano neanche lavoratori adulti. Erano qualcosa in mezzo. Stavano imparando dentro il mondo, non prima del mondo.

Anesh continuò a guardarli mentre il suo mezzo scorreva oltre.

Sentì di nuovo quella fitta che aveva provato entrando in città. In Altaluna, i giovani venivano interrogati sul senso delle cose molto prima che sul loro uso. Imparavano a riconoscere le fasi del cielo, a custodire storie, a distinguere il silenzio dall’assenza, a leggere le forme delle rocce e delle stelle come se il mondo fosse un testo incompleto. C’erano esercizi, ma spesso sembravano rivolti verso l’interno. Si poteva passare un’intera mattina a osservare l’ombra di una pietra e poi discutere se il tempo fosse ciò che cambia o ciò che permette al cambiamento di apparire.

Anesh aveva amato tutto questo.

O almeno aveva creduto di amarlo.

Lì, vedendo una ragazza poco più giovane di lui infilare una sonda in un motore reale, si chiese se non avesse passato troppo tempo a cercare significati senza toccare abbastanza le cose.

La piattaforma si fermò.

Davanti all’officina mobile si aprì un’area di lavoro ampia, delimitata da archi sottili e da colonne di strumenti. A sinistra c’erano bracci meccanici ripiegati come zampe di insetti in riposo; a destra, un banco lungo pieno di moduli, sensori, cavi avvolti, piastre, lenti, piccoli cilindri neri, pezzi di ruota, fibre metalliche e contenitori chiusi. Sopra, sospesa a mezz’aria, una struttura trasparente mostrava lo schema del mezzo in tre dimensioni. L’immagine ruotava lentamente. Alcune parti erano verdi, altre gialle, altre ancora restavano grigie, come se il sistema non riuscisse a completarne la lettura.

Una voce uscì da un punto imprecisato dell’officina. Non era una voce umana, ma non aveva neanche la freddezza che Anesh si sarebbe aspettato da una macchina. Era chiara, neutra, educata.

«Unità autonoma non registrata. Verifica di sicurezza avviata. Presenza organica, restare in posizione fino a identificazione completata.»

Anesh rimase fermo.

Presenza organica.

Era lui.

Non Anesh. Non figlio di nessuno. Non ragazzo di Altaluna. Non viaggiatore. Non persona che aveva visto cadere una luce dal cielo e aveva trovato una farfalla dove nessuno avrebbe dovuto trovare nulla.

Presenza organica.

La definizione era così povera da sembrare quasi comica, ma non gli venne da ridere.

Un braccio sottile discese dall’alto e si fermò a pochi palmi dal suo volto. Alla sua estremità c’era una lente scura, circondata da piccoli punti luminosi. Anesh resistette all’impulso di arretrare. La lente si mosse piano da un lato all’altro, poi scese verso il petto, le mani, le ginocchia, i vestiti sporchi di polvere, la cinghia.

Quando arrivò al cestino di vimini, si fermò.

Anesh trattenne il respiro.

La lente rimase immobile più a lungo del necessario. Poi un secondo braccio, più piccolo, si avvicinò da sinistra. Non toccò il contenitore, ma ne seguì il profilo chiuso, la forma di piccola capanna, l’intreccio delle fibre. Una luce sottile lo attraversò dall’esterno. Il vimini si illuminò per un istante, mostrando la trama irregolare del materiale, ma non ciò che era dentro.

Il pannello sospeso cambiò.

Oggetto organico secondario.

Materiale: fibra vegetale intrecciata.

Volume interno: parzialmente schermato.

Contenuto: non determinato.

Funzione: non determinata.

Rischio: non determinato.

Un terzo segnale apparve, più piccolo.

Richiesta operatore umano.

Anesh sentì il cestino vibrare appena.

Era un movimento minimo. Forse solo il braccio della macchina aveva spostato l’aria. Forse il mezzo, fermandosi, aveva trasmesso alla cinghia un’ultima oscillazione. Eppure lui seppe che Ku si era mossa.

Non molto.

Quanto basta per dire: sono qui.

La voce dell’officina riprese.

«Presenza organica, indicare nome, provenienza e funzione.»

Anesh aprì la bocca, ma non rispose subito.

Nome era facile.

Provenienza, meno.

Funzione, impossibile.

Guardò intorno a sé. Nessuno lo osservava direttamente, eppure tutto sembrava attenderlo. I bracci sospesi, le luci, i pannelli, la piattaforma, il grande schema del mezzo che ruotava sopra la sua testa. Yantra non gli chiedeva chi fosse. Gli chiedeva a cosa servisse.

«Anesh» disse infine.

La voce rimase in attesa.

«Vengo da Altaluna.»

Un breve impulso luminoso attraversò il pannello.

«Funzione?»

Anesh strinse le braccia attorno alle ginocchia.

Avrebbe potuto mentire. Dire apprendista. Dire messaggero. Dire tecnico di passaggio. Dire qualunque parola che avesse un peso riconoscibile in quel luogo. Ma nessuna gli venne naturale.

«Non lo so.»

Il pannello rimase fermo per un istante.

Poi aggiornò la classificazione.

Presenza organica: Anesh.

Provenienza dichiarata: Altaluna.

Funzione: non dichiarata.

Stato: in attesa.

Anesh sentì il viso scaldarsi.

Non era vergogna piena, non ancora. Ma era qualcosa di vicino. Vedere la propria incertezza trasformata in dati la rendeva più dura, più esterna, quasi ufficiale. Finché il dubbio restava dentro di lui, poteva ancora somigliare a un mistero. Lì, invece, diventava una casella vuota.

Funzione: non dichiarata.

Una casella vuota in una città che sembrava costruita per non lasciarne nessuna.

Il pavimento emise un suono lieve. Qualcuno stava arrivando.

Anesh sollevò lo sguardo.

Dalla passerella laterale scese una ragazza con passo rapido, senza correre. Indossava una tuta da lavoro scura, segnata da inserti chiari sulle spalle e da cuciture tecniche lungo le gambe. Alla cintura portava strumenti piccoli e pesanti, agganciati in modo ordinato; su un fianco aveva un guanto rigido, sull’altro una custodia stretta da cui uscivano tre sonde flessibili. I capelli neri, ricci, erano raccolti male dietro la nuca, come se lei avesse provato a fermarli e poi avesse deciso che non valeva la pena insistere. Alcune ciocche le cadevano sulla fronte. Al naso portava un piccolo piercing scuro che prendeva luce a ogni movimento del volto.

Aveva l’aria giovane, ma non incerta.

Anesh capì subito che non era una tecnica adulta. C’era ancora qualcosa di incompiuto nei suoi gesti, una velocità non del tutto addomesticata, un modo di guardare le cose come se ogni oggetto potesse contraddirla e lei fosse pronta ad accettare la sfida. Ma non sembrava nemmeno una semplice studentessa. Camminava in quel reparto come qualcuno a cui erano già stati affidati errori veri.

La ragazza si fermò davanti alla piattaforma e guardò prima il mezzo, poi lo schema sospeso, poi Anesh.

Non sorrise.

«Sei tu la funzione non dichiarata?» disse.

Anesh non seppe se sentirsi offeso.

«Credo di sì.»

La ragazza spostò lo sguardo sul piccolo contenitore di vimini.

«E quella è la funzione non determinata.»

Anesh portò una mano alla cinghia, istintivamente.

«Non è una funzione.»

Lei alzò appena un sopracciglio, come se quella risposta fosse interessante solo perché complicava il lavoro.

«Qui tutto ha una funzione. Anche quando non la conosciamo.»

Si avvicinò di un passo al mezzo e appoggiò una mano sulla fiancata, non sul punto indicato dai sensori ma poco più avanti, vicino a una giuntura scura. Restò così per qualche secondo, immobile, con le dita aperte sul metallo. Poi chiuse gli occhi.

Anesh la osservò.

Tutti i pannelli dicevano che il problema era altrove. Le luci gialle segnavano i bracci posteriori, i moduli di guida, un asse secondario sotto la piattaforma. Lei invece teneva la mano su una zona che lo schema mostrava come stabile.

Quando riaprì gli occhi, non guardò i dati.

Guardò il mezzo.

«Ha corso molto» disse.

Anesh non rispose. Gli sembrò una frase ovvia.

La ragazza inclinò la testa, come se stesse ascoltando qualcosa che gli altri non sentivano.

«Ma non come quando si segue una rotta.»

Passò le dita sulla giuntura, poi scese lungo la fiancata, sfiorando una linea di polvere rimasta incastrata tra due pannelli. La raccolse con il pollice e la guardò. Era una polvere chiara, quasi argentata.

Il sistema sospeso sopra di loro lampeggiò.

Residuo minerale non classificato.

La ragazza sorrise appena, ma non ad Anesh. Sembrava sorridere al sistema, o contro di lui.

«Certo che non è classificato» mormorò.

Poi finalmente si voltò verso il ragazzo.

«Io sono Zena. Mi hanno assegnato il tuo mezzo.»

«Non è mio.»

«Ci sei sopra.»

«Mi ha portato.»

«Allora per adesso è tuo.»

Anesh non trovò una risposta.

Zena si voltò di nuovo verso la piattaforma, fece un gesto rapido con la mano e due piccoli droni si staccarono dalla colonna più vicina. Si disposero sopra il mezzo e iniziarono a scendere lentamente, uno verso i bracci ripiegati, l’altro verso i grandi pneumatici anteriori.

«Non toccare niente» disse.

Poi guardò il cestino.

«Soprattutto quello.»

«Non lo avresti potuto toccare comunque.»

Zena lo fissò per la prima volta con vera attenzione.

Non era uno sguardo gentile, ma non era nemmeno duro. Era lo sguardo di chi ha incontrato un pezzo che non entra in nessun alloggiamento e, invece di buttarlo via, decide di capire se il disegno sia sbagliato.

«Questo lo vediamo» disse.

Anesh sentì Ku muoversi ancora, piano, dentro il piccolo nido chiuso.

Fu allora che, per la prima volta da quando era entrato a Yantra, gli sembrò che la città non sapesse tutto.