Zena rimase a guardare il piccolo contenitore ancora per qualche secondo, poi tornò al mezzo come se nulla fosse accaduto.
Era un modo per riprendere il controllo, Anesh lo capì. Anche lui aveva visto adulti comportarsi così davanti a qualcosa che non sapevano nominare: riordinavano gli strumenti, controllavano una misura già controllata, tornavano a un gesto consueto. Non era indifferenza. Era il tentativo di rientrare in una forma conosciuta.
Zena appoggiò entrambe le mani sul bordo della piattaforma e fece scorrere lo sguardo lungo il piano superiore. I cassoni erano chiusi, i bracci ripiegati, gli agganci serrati. La parte centrale, libera, sembrava pensata per accogliere un altro mezzo, forse danneggiato, forse incapace di muoversi da solo. C’erano guide incassate nel metallo, anelli di fissaggio, piastre mobili, scanalature per bloccare le ruote, piccoli punti luminosi spenti lungo i margini.
«È costruito per portare qualcosa sopra» disse.
«Sì.»
«Mezzi piccoli? Ricognitori? Unità danneggiate?»
Anesh esitò.
«Non lo so.»
Zena non si voltò subito. Sollevò appena il mento, come se quella risposta avesse confermato una sua ipotesi poco lusinghiera.
«Tu non sai molte cose.»
«No.»
«E sei arrivato a Yantra su un’officina mobile autonoma, non registrata, con una farfalla dentro un cestino che i sistemi non riescono a leggere.»
«Sì.»
«E non sai perché.»
Anesh guardò il pavimento lucido del reparto, attraversato da linee di luce. Una squadra di apprendisti passò poco distante spingendo un carrello basso, carico di pannelli smontati. Uno di loro guardò il mezzo, poi Anesh, poi il cestino, ma proseguì senza fermarsi.
«So che dovevo seguirla.»
Zena scese dalla piattaforma e si pulì le dita sulla gamba della tuta.
«Questa non è una spiegazione.»
«Lo so.»
«Allora perché lo dici?»
Anesh rimase in silenzio. Non perché non avesse nulla da dire, ma perché ogni parola, dentro quel luogo, sembrava dover superare una verifica. A Yantra non bastava dire che una cosa era accaduta. Bisognava indicarne origine, funzione, procedura, responsabilità. E lui non aveva nessuna di queste cose.
Aveva solo immagini.
Un cielo altissimo sopra il cratere di Kangen.
Una luce caduta nella notte. Si era divisa in due grandi fasci e poi in cinque più piccoli, come seguendo una legge propria. La terra scura intorno al punto dell’impatto. Il silenzio che era venuto dopo il rumore.
E poi Ku.
Non sapeva se fosse caduta con il meteorite, se fosse nata da ciò che il meteorite aveva aperto, o se semplicemente fosse apparsa lì perché lui potesse trovarla. Sapeva solo che, da quel momento, ogni strada aveva smesso di essere una strada qualunque.
Ma non disse tutto questo a Zena.
Non ancora.
«Perché è l’unica spiegazione che ho» disse.
Zena lo studiò. Non aveva più l’espressione ironica di prima. Sembrava infastidita, ma non da lui soltanto. Forse dal fatto che la frase non fosse abbastanza stupida da poterla scartare.
«Scendi.»
«Perché?»
«Perché devo completare la tua identificazione.»
«Non l’ha già fatto il sistema?»
«Il sistema ha scritto che sei una presenza organica con funzione non dichiarata.»
«È sbagliato?»
«È inutile.»
Gli tese una mano.
Anesh la guardò per un momento prima di prenderla. Non aveva bisogno di aiuto per scendere, ma accettò lo stesso. La mano di Zena era calda, più ruvida di quanto si aspettasse, con un piccolo taglio vicino al pollice coperto da una pellicola trasparente. Quando mise piede sul pavimento, il sistema proiettò attorno a lui un cerchio sottile di luce.
La voce dell’officina riprese.
«Identificazione manuale assistita avviata.»
Zena fece un gesto verso il pannello sospeso. Lo schema del mezzo si ridusse e accanto comparve una sagoma umana semplificata. Sopra la sagoma lampeggiava il nome che Anesh aveva dichiarato.
Anesh.
Sotto, una serie di campi vuoti.
Età.
Provenienza.
Registro civico.
Formazione.
Competenze.
Responsabilità.
Destinazione.
Funzione.
Zena sfiorò il pannello con due dita.
«Età?»
«Diciassette.»
Il dato comparve.
«Maggiore età non raggiunta» disse la voce.
Anesh si voltò verso Zena.
«Anche tu non sei maggiorenne.»
«Io sono in ultimo ciclo.»
«Che vuol dire?»
«Che fra un anno sostengo la prova di soglia.»
Lo disse senza orgoglio evidente, ma Anesh sentì che quelle parole avevano un peso. Non erano una semplice informazione. Erano una posizione dentro il mondo.
«E poi?»
«Poi il mio profilo viene chiuso.»
«Chiuso?»
«Confermato. Validato. Diventa civile adulto.»
Anesh osservò la sagoma proiettata davanti a sé. La sua, invece, restava aperta, piena di spazi vuoti.
«E se uno cambia?»
Zena lo guardò come se la domanda fosse più ingenua che provocatoria.
«Si aggiornano le competenze.»
«Non intendevo quello.»
«Lo so.»
Per un momento sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, poi lasciò cadere la mano lungo il fianco.
«Provenienza?»
«Altaluna.»
«Area specifica?»
Anesh abbassò lo sguardo.
«Il versante di Lume.»
Zena digitò qualcosa. «Origine familiare?»
Anesh non rispose subito. Quella domanda era più semplice delle altre, e proprio per questo faceva più male.
«Mia madre era di Altaluna» disse. «Mio padre veniva da Theknus. Da un villaggio fra le colline e i boschi.»
Zena sollevò lo sguardo.
«Theknusiano?»
«Sì.»
«Il nome Anesh è theknusiano?»
Anesh annuì.
«Nella lingua di mio padre significa Coltivatore di olivi.»
Zena lo guardò per un istante come se quella traduzione aprisse uno spazio inatteso dentro di lui. Fino a quel momento Anesh era stato soprattutto una casella mancante, un ragazzo arrivato senza funzione, un problema da registrare. Ora, per un momento, sembrò diventare qualcosa di più concreto: un nome venuto da una lingua, da un padre, da una terra coltivata.
«Coltivatore di olivi» ripeté lei.
Non lo disse per prenderlo in giro.
Anesh sentì una stretta allo stomaco. Da molto tempo nessuno pronunciava il significato del suo nome. Dopo essere rimasto senza famiglia, quel nome gli era sembrato quasi troppo grande, come un attrezzo appartenuto a qualcun altro. Nella grotta dove si era ritirato, lo aveva sentito rimbalzare dentro di sé molte volte, senza trovare più nessuno che lo chiamasse davvero.
Non disse neppure questo.
Il sistema rimase in attesa.
Formazione: non dichiarata.
Zena aspettò.
Anesh cercò una parola adatta. Gli vennero in mente sua madre e le stanze chiare di Altaluna, le carte, le storie, le osservazioni del cielo, la pazienza con cui gli aveva insegnato a non separare mai un luogo dal racconto che lo attraversava. Gli venne in mente suo padre, invece, con le mani più pratiche, più silenziose, capace di aggiustare un oggetto prima ancora di spiegare perché si fosse rotto. In lui quelle due eredità non si erano mai disposte in ordine. Si erano urtate, corrette, confuse.
«Studio di osservazione» disse infine.
Zena aggrottò la fronte.
«Osservazione di cosa?»
«Cielo. Mappe. Segni. Storie. Relazioni tra le cose.»
«Non è una formazione.»
«Ad Altaluna sì.»
Il sistema rimase in attesa, incapace di completare il campo. Zena inserì manualmente una nota.
Formazione dichiarata: osservazione simbolica e cartografica.
La frase apparve sopra la sagoma. Anesh la lesse e gli sembrò insieme troppo pomposa e troppo povera. Non raccontava sua madre, né suo padre. Non raccontava la grotta, il silenzio, il legno intagliato nelle ore in cui non sapeva più che cosa fare di se stesso, i segni tracciati sulle pareti con il carbone, la vecchia chitarra riparata male e suonata piano per non sentire soltanto il rumore del proprio respiro.
Zena notò il suo sguardo.
«Non ti piace?»
«Non so se sono io.»
«Non deve essere te. Deve permettere al sistema di non bloccarti ogni tre porte.»
«Allora va bene.»
Lei sorrise appena.
«Questa è una risposta molto poco theknusiana.»
«Com’è una risposta theknusiana?»
«Più utile.»
Anesh guardò la città oltre il reparto. Da una grande apertura laterale si vedeva un frammento di Yantra in pieno movimento: passerelle, luci, mezzi sospesi, persone che entravano e uscivano da edifici senza perdere tempo. Tutto sembrava procedere con una chiarezza che lui non aveva mai posseduto.
«Forse mi piacerebbe imparare.»
Zena seguì il suo sguardo.
«A essere utile?»
«Forse.»
«È una cosa buona.»
Anesh si voltò verso di lei.
«Tu lo pensi davvero?»
«Sì.»
La risposta fu immediata, quasi dura.
«Non c’è niente di nobile nel non saper fare nulla. Se una porta si blocca, qualcuno deve aprirla. Se un mezzo si ferma in mezzo a una strada, qualcuno deve capire perché. Se una città deve mangiare, muoversi, curarsi, difendersi, qualcuno deve saper mettere le mani sulle cose.»
Anesh non disse nulla.
Zena indicò con il mento il reparto attorno a loro.
«Vedi quelli?»
Un gruppo di ragazzi stava lavorando attorno a una macchina lunga e bassa, con una ruota completamente staccata e sospesa a mezz’aria. Una ragazza controllava i dati, un altro teneva fermo un supporto, un terzo coordinava un braccio robotico che scendeva lentamente verso il mozzo.
«Quelli non stanno giocando a fare gli adulti. Se sbagliano, il mezzo torna fuori difettoso. Se torna fuori difettoso, qualcuno si fa male. Per questo impariamo presto.»
Anesh ascoltava.
«A dodici anni iniziamo le rotazioni leggere» continuò Zena. «Materiali, energia, trasporto, comunicazioni, manutenzione domestica, agricoltura tecnica. A quindici scegliamo un orientamento. A sedici entriamo nei reparti reali, ma non possiamo firmare niente. A diciotto siamo in ultimo ciclo. Casi veri, sotto sorveglianza. A diciannove c’è la prova di soglia.»
«E se uno non la passa?»
«La rifà.»
«E se non vuole farla?»
Zena non rispose subito.
Il suono del reparto sembrò allargarsi attorno a loro: un pannello che si chiudeva, una voce automatica, il ronzio dei droni sopra l’officina mobile.
«Tutti vogliono farla» disse.
Anesh capì che era una risposta imparata, o almeno una risposta che conteneva meno verità di quanto mostrasse.
«Tu vuoi farla?»
Zena lo fissò.
«Certo.»
Poi aggiunse, troppo tardi:
«Sono brava.»
Quella seconda frase cambiava la prima. Non la negava, ma la rendeva meno semplice.
Il pannello davanti a loro lampeggiò.
Competenze: non dichiarate.
Zena distolse lo sguardo da Anesh e tornò alla registrazione.
«Cosa sai fare?»
La domanda, pronunciata così, senza aggressività, gli fece più male di prima.
Anesh guardò le proprie mani. Non erano mani incapaci. Aveva camminato per giorni, riparato una cinghia del mezzo con un pezzo di filo, acceso fuochi quando il vento scendeva dai pendii, letto le ombre per capire quanto mancasse alla notte. Aveva imparato da suo padre a smontare piccoli strumenti e da sua madre a non confondere una direzione con una meta. Aveva disegnato per non dimenticare. Aveva intagliato il legno per non diventare soltanto paura. Aveva suonato piano, nella grotta, perché il silenzio non lo inghiottisse.
Ma niente di questo sembrava abbastanza definito.
«So leggere alcune mappe» disse.
«Che tipo di mappe?»
«Non solo strade. Mappe del cielo. Mappe di relazione.»
«Relazione tra cosa?»
«Tra luoghi, racconti, eventi. A volte tra cose che sembrano separate.»
«A cosa serve?»
La domanda arrivò naturale. Non era cattiveria. Era il modo in cui lei respirava.
Anesh avrebbe potuto rispondere: a non perdersi. Ma dentro Yantra quella frase sarebbe sembrata ridicola, perché lì nessuno pareva perdersi mai.
«Serve a capire dove sei quando una strada non basta.»
Zena rimase ferma. Per la prima volta, la sua espressione non fu di scetticismo, ma di attenzione.
Poi inserì qualcosa nel pannello.
Competenze dichiarate: lettura cartografica non operativa; orientamento simbolico.
Anesh fece una smorfia.
«Così sembro inutile in modo preciso.»
Zena rise.
Fu una risata breve, quasi sorpresa, come se le fosse uscita prima di poterla valutare. Alcuni apprendisti vicini si voltarono verso di lei. Zena tornò subito seria, ma non del tutto.
«Benvenuto a Yantra» disse. «Qui anche l’inutilità deve essere precisa.»
Il cerchio di luce attorno ad Anesh si spense. Il pannello registrò uno stato provvisorio.
Identificazione temporanea concessa.
Limitazioni: accesso sorvegliato.
Motivo permanenza: verifica mezzo associato.
Funzione civica: non assegnata.
Anesh lesse l’ultima riga. Avrebbe dovuto sentirsi sollevato. Invece provò di nuovo quella vergogna sottile. Funzione civica: non assegnata. Era quasi peggio di non dichiarata. Come se la città avesse deciso che, almeno per il momento, lui non serviva.
Zena parve accorgersene.
«Non prenderla sul personale.»
«È difficile non farlo.»
«È solo un campo.»
«Da voi i campi diventano persone?»
La domanda uscì più dura di quanto Anesh avesse previsto.
Zena lo guardò senza rispondere.
Per qualche secondo, tra loro passò qualcosa di simile a un urto. Non forte, ma reale. Anesh pensò di aver esagerato. Lei invece non sembrava offesa. Sembrava colpita nel punto esatto in cui non voleva essere colpita.
Poi Zena abbassò lo sguardo sul proprio polso. Un piccolo dispositivo agganciato alla tuta mostrava una sequenza di dati: tempo residuo, stato della verifica, interventi registrati, valutazione provvisoria.
Anesh intravide un nome: Zena Ardei.
Sotto il nome, una serie di simboli e percentuali.
Profilo formativo: ultimo ciclo.
Diagnostica meccatronica: avanzata.
Interventi autonomi validati: quarantadue.
Deviazioni da protocollo: nove.
Note tutor: eccessiva dipendenza da valutazione percettiva.
Zena ruotò il polso, nascondendo lo schermo.
«A volte sì» disse.
La voce era più bassa.
Poi tornò verso il mezzo.
«La verifica non è finita.»
Anesh rimase fermo mentre lei risaliva sulla piattaforma. Avrebbe voluto chiederle che cosa significasse Ardei, se venisse da sua madre o da un’altra parte della sua storia. Avrebbe voluto chiederle perché il sistema annotasse come difetto proprio la cosa che le permetteva di capire. Avrebbe voluto chiederle se anche lei, qualche volta, si sentisse più grande o più piccola del proprio profilo.
Non lo fece.
Zena raggiunse il punto centrale della piattaforma, quello lasciato libero per il carico, e si inginocchiò vicino a una guida incassata. Tolse una copertura, collegò una sonda, attese. Sopra di lei, lo schema del mezzo cambiò ancora, ma questa volta Anesh non cercò di leggerlo. Non voleva ritrovare Ku dentro un altro campo, un altro segnale, un’altra classificazione.
Il mezzo aveva viaggiato in modo instabile. Questo bastava.
Qualcosa, da quando Ku era entrata nella sua vita, perturbava le direzioni. Non distruggeva le macchine, non spezzava i sentieri, non ordinava nulla. Spostava. Incrinava. Rendeva impossibile proseguire come prima.
Zena lavorò ancora per alcuni minuti, poi staccò la sonda con un gesto secco.
«Non c’è un guasto grave.»
«Quindi posso andare?»
«Non ho detto questo.»
«Che cosa hai detto?»
«Che se restiamo qui dentro, il Tutor continuerà a trasformare ogni anomalia in una voce del mio profilo e ogni tua risposta in una casella vuota.»
Anesh non capì subito.
Zena chiuse il pannello laterale del mezzo, agganciò gli strumenti alla cintura e fece un cenno verso l’apertura laterale del reparto.
«Vieni.»
«Dove?»
«Fuori.»
«Fuori dall’officina?»
«Dentro Yantra, ma fuori da questa stanza. Devo vedere come reagisce il mezzo dopo il raffreddamento, e tu devi smettere di fissare quel pannello come se fosse un giudice.»
Anesh guardò l’officina mobile.
«E Ku?»
«Ku resta con te. Non intendo farmi mordere da una farfalla non classificata.»
«Le farfalle non mordono.»
Zena lo superò senza voltarsi.
«Le tue, non lo so.»
Anesh la seguì.
Appena oltrepassarono l’arco laterale, il suono dell’officina cambiò. Non scomparve, ma si allontanò, diventando un battito interno della città. Il corridoio che li accolse era largo, luminoso, percorso da rotaie sottili e passerelle mobili. Attraverso grandi aperture verticali si vedevano i livelli di Yantra sovrapposti: cortili tecnici, ponti sospesi, terrazze di carico, officine più piccole, torri di distribuzione, giovani in tuta che salivano e scendevano con strumenti alla cintura.
L’aria odorava di metallo caldo, polvere aspirata, pane appena cotto da qualche mensa vicina e pioggia lontana che non era ancora arrivata.
Anesh si fermò.
Dopo il reparto di verifica, la città gli apparve ancora più grande. Non più soltanto come una macchina, ma come un organismo di scopi. Ogni livello sembrava rispondere a un altro. Ogni persona attraversava lo spazio con una direzione. Ogni porta si apriva per qualcuno che sapeva perché stava andando proprio lì.
Zena fece qualche passo, poi si accorse che lui non la seguiva.
«Che c’è?»
Anesh non riuscì a rispondere subito.
Davanti a lui, Yantra lavorava.
E per quanto la frase sopra la porta continuasse a sembrargli falsa, una parte di lui, una parte fragile e stanca, desiderò che fosse vera almeno per un giorno.
Desiderò essere ciò che faceva.
Desiderò fare qualcosa di abbastanza chiaro da non dover più spiegare chi fosse.
