L’officina mobile arrivò davanti alla porta orientale di Yantra quando il buio non era ancora finito, ma aveva già perso la sua forza.
La strada sterrata saliva dolcemente tra due costoni di pietra chiara, consumati dal vento e dalle ruote dei mezzi che ogni giorno entravano e uscivano dalla città. Lontano, dietro le ultime creste, il cielo cominciava appena a scolorire. Non era ancora luce, non era più notte.
Il grande mezzo avanzava da solo, con un rombo basso e regolare. Le sue ruote enormi sollevavano polvere fine, ma la strada era liscia, compatta, battuta da anni di passaggi veloci. Ogni tanto una pietra saltava via sotto gli pneumatici scuri e rimbalzava contro il metallo della fiancata. La piattaforma superiore tremava appena, come se tutta la macchina fosse un animale pesante e disciplinato, abituato a correre senza bisogno di essere guidato.
Anesh stava ancora rannicchiato in una nicchia riparata, ricavata nella parte anteriore del mezzo, non troppo esposto al vento pieno ma abbastanza vicino al bordo da vedere la strada davanti a sé. Teneva le ginocchia strette tra le braccia e la schiena appoggiata alla parete metallica, ancora tiepida per il lungo viaggio. Da ore guardava avanti, senza sapere esattamente che cosa aspettarsi.
Al suo fianco, legato alla vita con una cinghia sottile, c’era il piccolo contenitore di vimini. Era grande poco più di una tazza, intrecciato con fibre scure e chiare, chiuso in alto come una minuscola capanna. Sembrava un oggetto fragile in mezzo a tutto quel metallo: un nido portato dentro una macchina da guerra, una cosa quasi fuori luogo, quasi ridicola. Eppure Anesh continuava a sentirne la presenza più di ogni altro peso che avesse addosso. Ogni tanto, quando il mezzo accelerava o quando la strada cambiava pendenza, il cestino batteva piano contro il suo fianco. Non si vedeva nulla all’interno, ma lui sapeva che Ku era lì.
Non dormiva. Non sapeva nemmeno se una farfalla potesse dormire. Da quando era caduta dal cielo, o da ciò che lui aveva creduto essere il cielo, la farfalla sembrava vivere in una specie di attenzione continua, silenziosa. Non gli aveva mai indicato la strada come fa una mano. Non aveva parlato, non aveva chiamato, non aveva spiegato. Eppure Anesh si era ritrovato a seguirla. Aveva infine deciso di lasciare la grotta in cui si era rifugiato e poi era sceso lungo i pendii di Altaluna e le strade più basse, fino a quel mezzo autonomo su cui era salito, quel mezzo che lo aveva raccolto come se anch’esso, in qualche modo, fosse già stato parte del viaggio.
Adesso la farfalla era immobile. O forse era lui che non riusciva a percepirne il movimento.
Davanti a loro, la porta di Yantra cominciò a emergere dalla penombra.
Non era una porta come Anesh l’aveva immaginata. Non c’erano torri decorative, né mura antiche, né statue di re o guerrieri. Era una struttura immensa di metallo e pietra tecnica, incastrata tra due pareti rocciose, fatta di pannelli mobili, nervature, ponti, guide, contrappesi, sensori, bracci laterali e superfici scure che riflettevano appena la prima luce. Sembrava costruita non tanto per difendere la città, quanto per misurare tutto ciò che vi entrava.
Al centro, sopra l’arco principale, c’era il grande orologio. Anesh lo vide prima ancora di leggere la scritta.
Era enorme, circolare, attraversato da segni che non somigliavano del tutto agli orologi di Altaluna. Non sembrava indicare semplicemente il tempo: sembrava distribuirlo. Il suo quadrante era inciso in settori sottili, e ogni settore pareva collegato a una parte della città ancora nascosta oltre la porta. Piccole luci correvano lungo il bordo esterno, una dopo l’altra.
Mancava un minuto.
Il mezzo rallentò da solo.
Non frenò bruscamente. Lasciò che la velocità si spegnesse poco per volta, come se rispondesse a un ordine ricevuto da lontano. Le vibrazioni della piattaforma cambiarono, il rombo delle ruote diventò più profondo, poi più basso. Una serie di luci fioche si accese ai lati della porta, non per illuminare davvero, ma per segnare linee, bordi, altezze, distanze. Un raggio sottile passò lungo la fiancata dell’officina mobile, salì sui cassoni chiusi, scivolò sui ganci della piattaforma, sui bracci meccanici ripiegati, sulle centraline mute, sui pannelli serrati.
Poi arrivò su Anesh.
Per un istante il ragazzo chiuse gli occhi.
Sentì la luce tecnica attraversargli il volto, i capelli, le mani strette intorno alle ginocchia, la stoffa ruvida dei pantaloni, la cinghia alla vita, il piccolo contenitore di vimini. Quando il raggio toccò il cestino, qualcosa cambiò. Non accadde nulla che un altro avrebbe potuto notare. Nessun bagliore, nessun suono improvviso. Solo una vibrazione minima, come il tremito di una foglia prima del vento.
Anesh abbassò lo sguardo.
Il cestino era fermo.
Ma lui sentì che la farfalla si era voltata.
O forse era il mondo che, per un istante, si era voltato intorno a lei.
Sollevò di nuovo gli occhi e allora lesse la scritta.
Era incisa sopra la porta, sotto il grande orologio, in lettere larghe, nette, senza ornamento. Non sembrava un motto. Sembrava una constatazione. Una legge.
_“Tu sei ciò che fai”
Anesh provò fastidio. Non sapeva perché. Quelle parole erano false, ma non in modo semplice. Anche ad Altaluna gli avevano insegnato che i gesti contano, che una ricerca senza atto può diventare solo vanità, che il pensiero deve prima o poi toccare qualcosa. Eppure lì, sopra quella porta, quelle parole avevano un altro peso. Non dicevano: ciò che fai rivela qualcosa di te. Dicevano: tu sei questo. Questo e niente altro.
L’ultima luce del quadrante raggiunse il punto inferiore.
Per un istante, tutto si fermò.
La strada.
Il mezzo.
La polvere sospesa dietro le ruote.
Le luci della porta.
Il respiro di Anesh.
Poi l’orologio segnò lo zero solariano.
E Yantra cominciò ad accendersi.
Nota sulla scrittura
Questo testo nasce da una scrittura condivisa. L’ideazione del mondo, della simbologia, dei personaggi, il senso profondo del viaggio e la direzione narrativa è di Lorenzo Frizzera. La stesura letteraria è stata sviluppata con l’assistenza di Magda, intelligenza artificiale conversazionale, che ha dato parola e continuità letteraria alle immagini, alle direzioni e alle intuizioni dell’autore.
Il progetto narrativo e simbolico di Solaria è raccolto nel sito solaria.lorenzofrizzera.it.
