All’inizio Anesh rimase con le mani appoggiate alla ringhiera, guardando il punto in cui le luci più basse di Yantra si dissolvevano nella distanza e la costa diventava soltanto una fascia scura.

«La grotta non era lontana da casa» disse infine. «O forse era lontana da tutto il resto e vicina solo perché la conoscevo.»

Zena non lo interruppe.

«Da bambino ci andavo qualche volta con mio padre. Non spesso. Scendevamo da Altaluna. Lui diceva che un posto dove il suono cambia non va consumato. La chiamava così: il posto dove il suono cambia. Non so se avesse un nome vero. Forse sì, ma io ho sempre ricordato solo quello.»

Parlava piano, non per paura di essere ascoltato, ma perché la grotta, una volta evocata, sembrava chiedere un’altra misura della voce. Sotto di loro Yantra continuava a muoversi, con i suoi ascensori, i ponti e le luci che non restavano mai ferme; la terrazza, appoggiata al fianco del Monte Uruk, pareva ormai appartenere a un ritmo diverso. Anche Zena, che fino a poco prima era sembrata sempre sul punto di alzarsi, ora non si muoveva.

«Quando la guerra arrivò ad Altaluna, non arrivò tutta insieme. Per questo, all’inizio, sembrò possibile capirla. Prima furono notizie, poi mappe, poi strade chiuse, poi persone che non passavano più dagli stessi luoghi. La Lega Australe e l’Alleanza del Nord erano parole che gli adulti pronunciavano come se indicassero due cieli diversi. Poi entrarono nelle case, nei depositi, nei mercati, perfino nelle famiglie. Altaluna non sapeva più da che parte guardare. O forse lo sapeva troppo bene, ma in direzioni opposte.»

Zena abbassò gli occhi. Il volto di Kemet, apparso poco prima sugli schermi della città, passò tra loro senza essere nominato.

«Io non capivo tutto» continuò Anesh. «Non credo che volessi capire tutto. Sapevo soltanto che le persone cominciavano a intendere cose diverse quando pronunciavano gli stessi nomi. Vicini che avevano condiviso acqua e lavoro smettevano di sedersi allo stesso tavolo. Alcuni partivano. Alcuni tornavano cambiati. Alcuni non tornavano. Poi un giorno non ci fu più molto da interpretare.»

Si fermò.

«Rimasi senza casa» disse. «E senza famiglia.»

Non aggiunse altro. Zena non gli chiese nomi, date o circostanze; quella parte del racconto era ancora troppo vicina alla ferita per lasciarsi attraversare.

«All’inizio mi nascosi dove capitava. Fienili, muri crollati, stanze vuote, una cisterna asciutta. Poi tornai alla grotta. Non perché avessi deciso qualcosa. Ci arrivai una sera quasi senza accorgermene, con le mani graffiate e la gola piena di polvere. Avevo portato con me poche cose, male: del cibo che finì subito, una coperta, un coltello, una corda. La chitarra di mio padre. Quella non so nemmeno come riuscii a portarla.»

«E sei rimasto lì?»

«Sì.»

«Per quanto?»

«Non lo so con precisione. Nella grotta il tempo non passava come fuori. All’inizio dormivo molto, poi pochissimo. Uscivo quando serviva, prendevo acqua, cercavo legna, evitavo i sentieri. C’erano giorni in cui non vedevo nessuno. Altri in cui sentivo passare mezzi lontani e restavo fermo finché il rumore non spariva. Avevo paura, ma non sempre. La paura, dopo un po’, diventa un modo di misurare le cose. Ti dice quanto puoi allontanarti, quanto devi aspettare prima di accendere il fuoco, quanto rumore fa un piede sopra una pietra asciutta.»

Zena ascoltava con le mani raccolte tra le ginocchia. La custodia della chitarra proiettava un’ombra lunga accanto a lei.

«Suonavi?»

Anesh lasciò passare un poco di tempo prima di rispondere.

«Sì. Piano. Non sempre. Ci furono giorni in cui non riuscivo neanche a guardarla. Altri in cui la tenevo sulle gambe senza suonare, solo per ricordarmi il peso. Quando passavo le dita sui punti in cui mio padre aveva lasciato alcune imperfezioni nel legno, mi sembrava di toccare ancora il suo modo di pensare. Non so se questo abbia senso.»

Zena guardò la propria custodia, poi di nuovo lui. «Sì.»

Anesh non le chiese in che modo.

«Disegnavo anche, con il carbone. All’inizio soltanto segni per ricordare le giornate, il livello dell’acqua, la direzione dei rumori. Poi mappe. Poi mappe che non servivano più a trovare posti. C’erano linee del cielo, crepe della roccia, posizioni della luna, percorsi che non avevo fatto. A volte la grotta sembrava più grande dentro che fuori. Non perché lo fosse davvero. Ogni parete aveva cominciato a contenere un pezzo di tempo.»

«E la chitarra l’hai lasciata lì?»

Non era un’accusa, ma Anesh vi sentì comunque una pressione. Forse perché quella domanda se l’era già rivolta molte volte.

«Sì.»

«Nascosta?»

«In una cavità laterale, dove l’acqua non arriva. L’ho avvolta nella coperta migliore che avevo. Poi ho chiuso l’ingresso con pietre leggere, non troppe, solo quanto bastava perché non si vedesse subito. Ho lasciato un segno sulla parete, ma piccolo.»

«Per tornare?»

Anesh non rispose immediatamente.

«Forse. O per non farle vedere che me ne andavo.»

Zena piegò appena la testa. «A lei?»

«Alla chitarra. A mio padre. Non lo so.»

Il vento mosse la rete metallica della terrazza. Per un momento il suono somigliò a corde sfiorate male. Anesh lo sentì e abbassò gli occhi.

«Non potevo portarla. Non davvero. Non in quel viaggio. Non sapevo nemmeno se sarei arrivato al giorno dopo. E poi…» Cercò le parole, ma gli parvero tutte troppo ordinate. «Se l’avessi portata, avrei dovuto essere ancora il ragazzo a cui lui l’aveva data. Io non ero più sicuro di esserlo.»

Zena rimase con lo sguardo sulle mani di lui.

«Una notte vidi la luce sopra Kangen» riprese Anesh. «Ero vicino all’ingresso della grotta. Non ricordo perché fossi sveglio. Forse per il vento. Forse perché in quel periodo dormire era diventato difficile.»

Zena sollevò lo sguardo. «La notte dei meteoriti?»

Anesh annuì.

«Anche qui a Yantra alcuni videro il cielo accendersi, ma da qui era solo una luce lontana.»

«Io ero più vicino.»

«Che cosa vedesti?»

«Non il cratere. Non ero lì e non ci andai.»

La precisazione gli uscì più netta delle altre, come se dovesse correggere una storia che qualcuno, prima o poi, avrebbe raccontato male.

«Il cielo si aprì di luce. Non come un fulmine. Non era una cosa sola, ma non erano neppure molte cose separate. Sembrò dividersi mentre cadeva, troppo rapidamente perché gli occhi riuscissero a seguirla. Alcune tracce più grandi, altre più sottili. Per un istante la montagna davanti alla grotta ebbe ombre in direzioni diverse.»

Zena lo ascoltava immobile.

«Poi arrivò il rumore. Molto più tardi di quanto mi aspettassi. Prima vidi la luce, poi sentii il corpo della terra accorgersene.»

«Il corpo della terra» ripeté Zena.

«Sì.»

Lei non lo corresse.

«Dopo ci fu silenzio. Non subito. Prima versi di cani e uccelli, pietre che cadevano, forse voci lontane. Poi, a un certo punto, tutto sembrò fermarsi. Anch’io. Restai all’ingresso della grotta finché il cielo tornò scuro. Non so quanto. Forse poco. Forse quasi tutta la notte.»

«Non andasti a vedere?»

«No.»

«Per paura?»

Anesh guardò il mare. «Forse. Ma sentivo anche che non era là che dovevo andare.»

Zena non gli chiese da dove venisse quella sensazione.

«Poi arrivò Ku.»

Lei abbassò lo sguardo verso il piccolo contenitore di vimini.

«È così che si chiama?»

Anesh annuì.

«Che cos’è?»

Lui appoggiò una mano sul cestino. «Una farfalla.»

Zena guardò prima lui, poi il contenitore.

«Dentro c’è una farfalla?»

«Sì.»

Non rise. Rimase soltanto in attesa.

«La trovai vicino al fuoco. O forse fu lei a trovare il fuoco. La mattina dopo la luce, o quella dopo ancora. Non ricordo. Faceva molto freddo nella grotta. Avevo acceso una fiamma piccola, più fumo che calore. A un certo punto vidi qualcosa muoversi dove la pietra diventava più chiara. Pensai a una foglia portata dentro dal vento. Poi si mosse di nuovo.»

«Era ferita?»

«No. Il fatto è che faceva freddo, non c’erano fiori, non c’era niente per lei. Eppure era lì. Si avvicinò al fuoco, ma non troppo. Restò su una pietra, con le ali chiuse. Io non la toccai. Pensai che sarebbe morta.»

«E invece?»

«Invece il giorno dopo era ancora lì.»

Anesh sentì il cestino muoversi appena sotto la sua mano. Questa volta Zena lo vide. Non disse nulla, ma non distolse lo sguardo.

«All’inizio non la chiamavo Ku. Non la chiamavo in nessun modo. Non volevo darle un nome. Dare un nome a qualcosa significa riconoscere che non è più soltanto di passaggio. Ma lei restava comunque. Se uscivo, la trovavo più vicino all’ingresso. Se mi sedevo accanto al fuoco, dopo un po’ era su una pietra poco distante. Non cercava cibo da me, non chiedeva niente. A volte spariva per ore e pensavo che non sarebbe tornata. Poi la vedevo dove non mi aspettavo, immobile, come se fosse stata lì da sempre.»

«E allora l’hai messa nel cestino?»

«No. Il cestino venne molto dopo. Prima abitavamo la grotta insieme.»

Zena abbassò per un istante gli occhi. Anesh si accorse di quanto quella parola potesse suonare strana, ma non la ritirò.

«Non so quando cominciai a sentirla davvero. Non era come parlare e non era nemmeno capire. Era più vicino a quando, in una stanza, qualcuno smette di muoversi e tu senti comunque che c’è. La grotta cambiò. Non perché lei facesse qualcosa. La sua presenza impediva a certe cose di chiudersi del tutto.»

«Quali cose?»

Anesh cercò una risposta.

«Io.»

Zena guardò il mare.

Sotto la terrazza, una linea di carico si mosse lungo un binario esterno, portando verso l’alto tre contenitori agganciati. Le loro luci rosse passarono una dopo l’altra contro la parete rocciosa e scomparvero dietro una torre. Quando il rumore si spense, il silenzio della terrazza sembrò più vasto.

«Per un po’ restammo così. Io uscivo quando dovevo, tornavo, accendevo il fuoco, disegnavo, riparavo cose che non servivano, suonavo piano. Lei stava nei punti caldi della pietra, vicino all’ingresso o dove la luce arrivava per poco. Non c’era un viaggio. Non c’era una direzione. Era soltanto un modo per non sparire.»

«Poi?»

Anesh guardò il cestino.

«Poi cominciò a guardare fuori.»

«All’inizio pensai che volesse andarsene. Lasciavo più spesso aperto l’ingresso. Lei usciva, a volte, ma non volava via. Si posava sopra una pietra davanti alla grotta e restava rivolta verso l’orizzonte. Non verso il bosco, non verso l’acqua o i sentieri. Verso lontano. Poteva restare così per moltissimo tempo. Troppo, per una cosa tanto fragile.»

«Sempre nella stessa direzione?»

«Non sempre. O forse sì, ma io non sapevo leggerla. All’inizio mi sembrava soltanto inquieta. Poi cominciai ad accorgermi che, quando rientrava, la grotta mi sembrava più piccola.»

La frase gli uscì con fatica, ma una volta detta gli parve esatta.

«Più piccola?»

«Non meno sicura. Solo più piccola. Come se il posto che mi aveva salvato stesse diventando quello che mi tratteneva.»

Zena si chinò appena in avanti e aspettò.

«Resistetti per giorni. Forse settimane. Le dicevo che fuori non c’era niente, che non sapevo dove andare, che non avevo più nessuno. Che la guerra non era finita solo perché noi stavamo in silenzio. Lei continuava a stare all’ingresso. A volte, quando tornavo con l’acqua, la trovavo già rivolta verso l’orizzonte, come se mi stesse aspettando lì invece che dentro.»

«E alla fine l’hai seguita.»

«Sì.»

Anesh non aggiunse altro. Ricordò il fuoco spento, le pareti disegnate, la chitarra chiusa nella cavità e Ku posata vicino all’ingresso. Il mattino della partenza aveva atteso che entrasse da sola nel cestino. Aveva volato in cerchio sopra l’ingresso della grotta, poi si era posata sul bordo del cestino. Anesh aveva aperto la piccola porticina ricavata nell’intreccio e aveva aspettato. Solo dopo qualche istante Ku era entrata da sola nel minuscolo riparo.

«E il Nerek?» chiese Zena.

«Lo incontrai più in basso, lungo una strada di servizio. Arrivò sferragliando rumorosamente, rallentando per affrontare una curva stretta scavata nel fianco della montagna. Non si fermò. Quando mi passò accanto vidi che la piattaforma laterale era libera. Ku si agitò nel cestino così io corsi per qualche passo accanto al mezzo, poi mi aggrappai al bordo e saltai sopra. Non sapevo dove stesse andando.»

Zena abbassò lo sguardo sul cestino.

Il vento aumentò per qualche secondo, premendo contro la rete metallica della terrazza. Anesh sentì il vimini vibrare sotto la mano. Non era il movimento di Ku, non ancora. Era l’aria che cercava di entrare tra le fibre.

«Quindi sei arrivato qui seguendo una farfalla» disse Zena.

Anesh attese il tono ironico, ma non arrivò.

«Sì.»

«E hai lasciato nella grotta l’unica cosa che tuo padre ti aveva costruito.»

«Sì.»

«Per andare dove?»

Anesh guardò il mare lontano. Aveva risposto “non lo so” tante volte quel giorno che le parole cominciavano a sembrargli una difesa.

«Non lo sapevo.»

Zena seguì il suo sguardo. «E adesso?»

Il cestino rimase immobile tra la mano di Anesh e il vento.

«Adesso credo che non fosse Yantra.»

Zena si alzò lentamente, raccolse la custodia della chitarra e si avvicinò alla ringhiera.

«Vuoi vedere se guarda ancora?»

Anesh capì subito che cosa intendeva. Il cestino sotto la sua mano sembrò diventare più fragile, quasi troppo piccolo per ciò che conteneva.

«Qui c’è vento.»

«Lo so.»

«È una farfalla.»

Zena guardò la linea scura del mare. «Appunto.»

Non aggiunse altro. Non trasformò quel momento in una verifica e non cercò il dispositivo al polso. Rimase accanto a lui, con le mani appoggiate alla ringhiera, e aspettò.

Anesh guardò il mare, poi il piccolo contenitore di vimini.

Ku non si muoveva.

O forse stava già ascoltando.