Dopo il concerto

Tutto ricominciò a muoversi. Le sedie raschiarono il pavimento, qualcuno si alzò per raggiungere il banco delle bevande, altri si avvicinarono al palco. Due apprendisti chiamarono il nome del batterista e lui rispose sollevando le bacchette con un gesto quasi comico, come se avesse appena concluso una prova più che un concerto. Il bassista staccò il cavo dallo strumento, ma non lo ripose subito. Rimase seduto sul bordo della piattaforma, con il basso ancora sulle ginocchia e lo sguardo abbassato sulle corde, toccandone una ogni tanto senza produrre davvero suono.

Zena si era inginocchiata davanti alla custodia della chitarra. Non parlava. Avvolse il cavo con attenzione, lo fermò con una fascetta scura, controllò il ponte dello strumento, passò un panno sulle corde e solo dopo lo mise via. Anesh la guardava dal tavolino di Legu, senza riuscire a decidere se avvicinarsi o restare dov’era. Poco prima, sul palco, Zena gli era sembrata lontanissima, parte di un linguaggio che lui poteva soltanto ascoltare da fuori. Ora, mentre litigava con una chiusura della custodia che non voleva incastrarsi, tornava a essere la ragazza dell’officina, impaziente, precisa, contraria a ogni ostacolo minore che si mettesse tra lei e il tempo.

Il batterista le arrivò vicino, asciugandosi la fronte con l’avambraccio.

«La prossima volta dimmelo prima.»

«Cosa?»

«Che l’ultimo brano non finisce.»

Zena chiuse finalmente il gancio della custodia. «È finito.»

«Sì. Dopo essere passato dove non era previsto.»

Lei sollevò lo sguardo, ma non rispose subito. Il batterista non sembrava davvero arrabbiato. C’era irritazione, certo, ma anche una specie di rispetto contrariato, come se fosse costretto a riconoscere la qualità di un problema pur continuando a considerarlo tale.

«Hai tenuto» disse Zena.

«Io tengo sempre.»

«Lo so.»

Quella piccola concessione parve bastargli. Fece un cenno con la testa, raccolse una parte delle aste pieghevoli e tornò verso il proprio strumento, continuando a borbottare qualcosa che Anesh non riuscì a sentire.

Il bassista, invece, non si era ancora mosso. Quando Zena gli passò accanto, alzò appena il volto.

«A un certo punto non sapevo più dov’era l’uno.»

Zena lo guardò. «E poi?»

Lui fece scorrere il pollice sulla corda più grave, senza premerla. «Poi non mi è sembrata la cosa più importante.»

Zena non sorrise, ma il suo volto cambiò quel tanto che bastava. Gli diede un colpetto leggero sulla spalla con il dorso della mano, un gesto rapido, quasi ruvido, e il bassista abbassò di nuovo gli occhi, questa volta per nascondere un sorriso.

Legu aveva seguito tutto senza spostarsi dal tavolo. Il bicchiere scuro era ancora davanti a lui, meno pieno di prima, ma non vuoto. Sembrava uno di quegli oggetti che, più che essere bevuti, servono a misurare la permanenza di una persona in un luogo. Quando Zena scese dal palco con la custodia in spalla, lui alzò appena il bicchiere, non in un brindisi, ma in un saluto che poteva essere accolto o ignorato senza offesa.

«Hai allargato la misura» disse.

Zena si fermò accanto al tavolo. «L’ho solo tenuta aperta un po’ più del solito.»

«È quello che ho detto.»

«No. Tu lo fai sembrare intenzionale.»

Legu bevve un sorso e non negò. «Alla tua età anch’io facevo spesso cose non intenzionali con molta precisione.»

Zena gli lanciò uno sguardo obliquo. «Alla mia età tu probabilmente eri già insopportabile.»

«Lo ero in modo più utile.»

«Ne dubito.»

Il vecchio rise piano, senza mostrare i denti. Anesh li ascoltava come si ascolta una lingua di cui si comprendono le parole, ma non ancora tutte le sfumature. Tra Zena e Legu non c’era confidenza familiare, né semplice conoscenza da locale. C’era qualcosa di più consumato: una serie di frasi ripetute negli anni, forse, o di serate in cui lui era rimasto seduto allo stesso tavolo e lei, ogni volta, aveva portato la musica un poco più in là di quanto fosse comodo ammettere.

Legu spostò lo sguardo su Anesh.

«E tu?»

Anesh si accorse solo allora che il vecchio gli stava parlando. «Io cosa?»

Legu indicò il palco con un piccolo movimento del bicchiere. «Dove l’hai messa, questa musica?»

Zena sbuffò. «Lascialo stare, Legu.»

«Lo sto lasciando stare benissimo. È lui che continua a occupare una sedia.»

Anesh guardò il palco ormai quasi vuoto, poi il cestino di vimini contro il proprio fianco. Avrebbe potuto dire che la musica gli era piaciuta. Sarebbe stato vero, ma troppo poco. Avrebbe potuto dire che non l’aveva capita. Anche questo sarebbe stato vero, ma non abbastanza. Cercò una frase più semplice, e proprio per questo impiegò più tempo.

«All’inizio sapevo dove metterla» disse infine. «Poi non più.»

Zena smise di sistemare la tracolla della custodia.

Legu non commentò subito. Fece ruotare piano il bicchiere sul tavolo, lasciando che il liquido scuro si muovesse contro il vetro.

«È una risposta onesta» disse.

«È una risposta vaga» osservò Zena.

«Le due cose non si escludono.»

Anesh abbassò gli occhi, quasi infastidito dall’attenzione improvvisa che quella frase aveva creato. Non era abituato a parlare della musica davanti a chi sapeva suonarla. O forse non era più abituato a farlo. Per un istante rivide le mani di suo padre lavorare il legno, ma l’immagine passò così in fretta che non riuscì a trattenerla.

Zena lo guardava ancora.

«Che vuol dire che non sapevi più dove metterla?»

Anesh sollevò le spalle. «Non lo so.»

Lei sembrò sul punto di rispondere con una battuta. Poi, forse perché quel “non lo so” non suonava come un vuoto da riempire, rimase in silenzio.

Dal banco delle bevande arrivò una voce che chiamava Legu. Il vecchio non si mosse.

«La musica che trova subito posto» disse, «è più facile da lasciare dove l’hai trovata.»

Zena appoggiò una mano allo schienale della sedia accanto a lui. «E quella che non lo trova?»

Legu alzò gli occhi verso di lei. Erano chiari, più vivi di quanto il resto del volto lasciasse credere.

«Quella torna quando vuole.»

Per qualche secondo il locale sembrò passare accanto a loro senza toccarli: persone che uscivano, altri che ridevano, il batterista che sistemava il proprio set, il bassista che finalmente riponeva lo strumento, una luce del palco che si spegneva con un piccolo scatto. Poi il dispositivo al polso di Zena lampeggiò di nuovo. Lei lo guardò e la breve sospensione finì.

«Il Nerek è ancora in raffreddamento» disse.

«Quanto ancora?» chiese Anesh.

«Abbastanza.»

Lui non seppe se quella fosse una risposta precisa o un modo di non darne alcuna.

Zena si voltò verso l’uscita laterale del locale, poi verso un corridoio secondario quasi nascosto dietro il banco delle bevande. Non era la stessa porta da cui erano entrati. Sopra non c’erano insegne, solo una piccola linea luminosa e un simbolo tecnico consumato.

Legu seguì il suo sguardo.

«Vai sopra?»

«Forse.»

«Con lui?»

«È associato a me.»

«Certo.»

Il modo in cui Legu pronunciò quella parola fece capire ad Anesh che non credeva del tutto alla spiegazione, ma non aveva alcuna intenzione di contestarla.

Zena sollevò la custodia della chitarra sulla spalla e fece un cenno al ragazzo.

«Vieni.»

«Dove?»

«In un posto dove puoi guardare qualcosa senza bloccare il traffico.»

Legu rise piano nel bicchiere. «Trattalo bene. È raro vedere qualcuno così nuovo in una città che si crede sempre già vista.»

Zena non rispose, ma prima di andarsene prese dal tavolo un piccolo gettone metallico, lo fece girare tra le dita e lo lasciò cadere accanto al bicchiere del vecchio.

«Non bere altre cose verdi.»

«Alla mia età non si ricevono ordini da chi arriva in ritardo ai concerti.»

«Alla tua età si dovrebbero riconoscere i consigli utili.»

Legu guardò il gettone, poi Zena. «Vedi?» disse ad Anesh sottovoce, ma abbastanza forte perché lei lo sentisse. «A Yantra perfino l’affetto, prima di mostrarsi, cerca di assumere una forma utile.»

Zena lo ignorò con la cura che si riserva alle osservazioni già sentite troppe volte e si avviò verso il corridoio secondario.

Anesh la seguì ma prima di varcare la soglia si voltò un’ultima volta verso il locale. Il palco era quasi spento, il batterista stava chiudendo un contenitore, il bassista parlava con due ragazzi vicino alla parete, Legu aveva ripreso il bicchiere e guardava davanti a sé senza bere. Tutto sembrava tornare al proprio posto, eppure il silenzio che Anesh aveva sentito durante l’ultimo brano non se n’era andato. Non era più forte, non era più chiaro. Era soltanto rimasto.

Nel corridoio dietro il locale l’aria era più fresca. Le pareti non erano rivestite come negli spazi pubblici e alcuni tratti della roccia del Monte Uruk affioravano tra le strutture metalliche, umidi di condensa. Zena camminava meno veloce di prima. Forse era la custodia sulle spalle, forse il concerto appena finito, forse il fatto che in quel passaggio non c’erano pannelli pubblici, apprendisti, supervisori o linee di traffico da attraversare.

«Legu ti conosce bene» disse Anesh.

«Legu conosce tutti quelli che si ripetono abbastanza a lungo.»

«E tu ti ripeti?»

«Ogni volta che dico che resterò nella forma.»

La frase uscì senza ironia. Dopo averla detta, Zena accelerò appena, come se il corridoio l’avesse sentita più del necessario.

Salirono per una scala stretta, poi per un’altra ancora. Il rumore del locale si abbassò dietro di loro fino a diventare una vibrazione indistinta. Sopra, da qualche parte, passava aria più fredda. Anesh la sentì sul viso prima ancora di vedere la porta.

Zena inserì il codice in un pannello laterale. La porta esitò, riconobbe l’accesso e si aprì verso il buio azzurro della sera.

«Non è un posto autorizzato al pubblico» disse.

Anesh la guardò. «Devo preoccuparmi?»

«Solo se decidi di scoprire quanto è profonda la montagna senza usare le scale.»

Poi uscì.

Anesh la seguì e, per la prima volta da quando era entrato a Yantra, vide la città non dal suo interno, ma dall’alto.