Rientrarono da una porta diversa da quella da cui erano usciti.
Zena non spiegò perché. Inserì il codice nel pannello, attese che la luce cambiasse da ambra a bianco, poi spinse con la spalla prima ancora che il battente avesse completato l’apertura. Il corridoio oltre la terrazza era più stretto, meno illuminato, attraversato da tubi nudi e da cavi fissati direttamente alla roccia del Monte Uruk. Non c’erano segnali per il pubblico, né mappe, né linee colorate sul pavimento. Solo piccoli numeri incisi sulle piastre, frecce tecniche, simboli di manutenzione e, ogni tanto, vecchie etichette scolorite che parevano essere sopravvissute più per inerzia che per necessità.
Anesh la seguì senza parlare. Il cestino di vimini era tornato quieto contro il suo fianco, ma quella quiete non assomigliava più a riposo. Dopo aver visto Ku sospesa nel vento, ogni piccolo urto del contenitore gli sembrava diverso, come se la fragilità di ciò che portava fosse diventata più evidente proprio nel momento in cui aveva smesso di comportarsi come una cosa fragile. Più volte gli venne l’impulso di sollevare il coperchio e controllare che fosse ancora lì, ma non lo fece. Davanti a lui, Zena camminava veloce, con la custodia della chitarra sulle spalle e una mano vicino al dispositivo del polso, pronta a spegnere le notifiche prima ancora che si accendessero.
Il primo tratto fu in salita. Poi il corridoio piegò dentro la montagna e cominciò a scendere.
Lì Yantra cambiava pelle. Le superfici lisce dei livelli superiori lasciavano posto a pareti più antiche, dove il metallo non copriva del tutto la pietra ma la seguiva, adattandosi ai suoi rigonfiamenti e alle sue crepe. Alcune luci erano state sostituite con modelli nuovi, più freddi; altre invece conservavano un giallo stanco, irregolare, che faceva sembrare più profonde le ombre tra i tubi. Il rumore della città arrivava ovattato, spezzato a tratti da colpi lontani, scorrimenti di carico, vibrazioni che salivano dal basso come il respiro di una macchina addormentata sotto un’altra macchina.
«Non è una zona usata spesso?» chiese Anesh.
«È usata quando serve.»
La risposta era tipica di Zena, abbastanza asciutta da chiudere la domanda senza essere davvero maleducata. Ma dopo qualche passo aggiunse: «I tracciati nuovi passano più a ovest. Sono più rapidi, più controllati, più presentabili. Questo è rimasto per le merci pesanti, le manutenzioni laterali, certe discese che nessuno vuole vedere nei programmi di visita.»
«Perché?»
Zena sfiorò con la mano un corrimano metallico segnato da graffi vecchi. «Perché funziona ancora.»
Anesh sorrise piano. Non sapeva se fosse una spiegazione o una confessione.
Scesero una rampa lunga, poi attraversarono un pianerottolo dove due porte erano sigillate con strisce nere. Su una di esse compariva il simbolo della Lega Australe, vecchio e consumato; sotto, una scritta più recente indicava accesso sospeso per trasferimenti militari. Zena passò davanti senza voltarsi. Anesh vide il proprio riflesso deformarsi in una lastra opaca: i vestiti impolverati, il volto stanco, il cestino al fianco, la figura di Zena poco più avanti, tagliata dalla luce gialla. Per un istante pensò alla schermata del suo profilo provvisorio e alla quantità di righe vuote che vi erano rimaste. Là, davanti al pannello, quelle righe gli erano parse una mancanza. In quel corridoio, invece, sembravano quasi spazio.
Arrivarono a un varco chiuso da due ante verticali. Sopra non c’era nessuna insegna, solo una sigla tecnica quasi cancellata e una luce spenta. Zena si fermò, appoggiò la custodia della chitarra contro la parete e si stirò la spalla su cui l’aveva portata. Poi inserì il codice.
Il pannello non reagì.
Zena aspettò.
Lo reinserì.
Dal muro uscì un suono basso, non di rifiuto, piuttosto di fatica. La luce sopra il varco tremò, diventò ambra, tornò spenta, poi si accese di nuovo. Zena appoggiò due dita sul bordo del pannello, non sul punto di lettura ma appena sotto, dove la placca metallica era più consumata. Restò così per qualche secondo.
«Dai» mormorò.
Il varco si aprì.
Non tutto. Prima una lama di buio, poi uno spazio più largo, abbastanza perché passassero. Dall’interno arrivò aria fredda, diversa da quella della terrazza: non aria alta, di vento, ma aria profonda, rimasta a lungo in gallerie dove il sole non entrava. Portava odore di ferro vecchio, polvere umida e pietra bagnata.
Anesh fece un passo dentro.
La sala oltre il varco era grande, ma quasi vuota. Al centro correvano due binari larghi, distanziati più di quanto lui avesse mai visto in una linea per persone. Ai lati c’erano piattaforme basse, catene di sicurezza, ganci da carico ripiegati, armadi metallici e una serie di luci disposte lungo una discesa che spariva nella montagna. Il tracciato non scendeva a picco; inclinava con decisione, come se qualcuno, molto tempo prima, avesse voluto convincere il Monte Uruk a lasciarsi attraversare senza spezzarlo.
In fondo alla sala, fermo su una rotaia laterale, c’era un piccolo modulo di servizio. Non era pensato per essere comodo. Aveva sedili stretti fissati alle pareti, un vano per attrezzi, due porte scorrevoli, un pannello manuale e una struttura esterna segnata da urti. Zena lo raggiunse, aprì il quadro di controllo e studiò le poche luci accese.
«Scenderà fino alla stazione bassa» disse. «Non è la costa, ma da lì partono linee di servizio. Se trovi un passaggio verso est, puoi raggiungere il litorale prima dell’alba.»
«E da lì?»
«Da lì comincia il problema vero.»
Anesh guardò il modulo, poi la discesa oltre i binari. Non provò paura subito. Prima venne una specie di incredulità, come se tutto ciò che era accaduto dal mattino fosse ancora reversibile fino a quel momento, e solo ora la città gli stesse offrendo una via abbastanza concreta da rendere il viaggio reale. Dietro di lui c’erano il Nerek LG51 in raffreddamento, il profilo provvisorio, il concerto, Legu, la terrazza, il mare visto da lontano. Davanti, una galleria tecnica che non prometteva nulla.
Zena lavorò sul pannello senza chiedergli aiuto. Inserì il codice, cancellò un avviso, ne lasciò apparire un altro, poi lo spense con un gesto più lento del necessario. Una luce interna si accese nel modulo. Le porte si aprirono con un suono ruvido.
«Hai pochi minuti prima che la linea si richiuda» disse.
Anesh non entrò subito.
Zena se ne accorse, ma non lo spinse. Rimase accanto al pannello, con la custodia della chitarra di nuovo sulle spalle, e per la prima volta da quando l’aveva conosciuta non sembrò avere fretta di occupare il silenzio con una frase utile. Il suo volto era illuminato da una luce laterale, troppo bassa per renderla sicura, troppo fredda per renderla fragile. Si vedeva ancora la ragazza dell’officina, quella che aveva fermato un drone con un gesto, corretto una diagnosi e litigato con una macchina come con un collega testardo. Ma c’era anche altro, qualcosa rimasto dalla terrazza e forse già presente da prima, quando aveva tenuto aperta l’ultima frase del concerto più del necessario.
«Non so cosa troverai» disse infine.
Anesh aspettò.
«Forse niente. Forse arriverai a quel silenzio, e il silenzio farà quello che fa sempre con chi pretende di attraversarlo: non risponderà.»
Non c’era durezza nella sua voce. Nemmeno incoraggiamento. Sembrava scegliere le parole una alla volta, non per renderle più belle, ma per non farle diventare più sicure di lei.
«E tu pensi che tornerò indietro.»
Zena guardò il modulo aperto. «Penso che molti tornano indietro.»
«Non è la stessa cosa.»
«No.»
La galleria mandò un soffio d’aria più fredda. Le luci lungo la discesa si accesero una dopo l’altra, non fino in fondo, solo abbastanza da mostrare l’inizio del tracciato. Il resto rimaneva buio. Da qualche punto lontano arrivò il colpo sordo di un aggancio che si liberava.
Zena abbassò lo sguardo sul cestino.
«Prima, sulla terrazza, quando è rimasta ferma nel vento…» Si interruppe, come se la frase avesse preso una strada troppo scoperta. La riprese da un altro punto. «Non ho una misura per quella cosa.»
Anesh portò una mano al vimini, senza stringerlo.
«Nemmeno io.»
«Si vede.»
Avrebbe potuto sembrare una battuta, ma non lo fu del tutto. Zena alzò gli occhi verso di lui.
«Forse è questo che mi dà fastidio.»
«Che non sappia misurarla?»
«Che tu non sappia misurarla e ci vada lo stesso.»
Anesh non rispose. Non perché avesse capito, ma perché la frase non chiedeva difesa. In un altro momento, detta da lei, avrebbe avuto il tono di un rimprovero. Lì, davanti al vecchio modulo di servizio, suonava quasi come qualcosa che Zena stava dicendo a una parte di sé molto prima che a lui.
Il pannello emise due segnali brevi.
«Devi entrare» disse.
Anesh fece un passo verso il modulo, poi si fermò sulla soglia. Il pavimento interno vibrava già, una vibrazione bassa che saliva dalle rotaie. Si voltò. Zena era rimasta accanto al quadro di controllo, una mano appoggiata alla placca metallica, la custodia della chitarra sul fianco.
«E il Nerek?»
Lei parve quasi sollevata dalla concretezza della domanda.
«Lo rilasceranno dopo il test dinamico. O lo terranno fermo per altri controlli. In entrambi i casi, non credo che sentirà la tua mancanza.»
Anesh sorrise appena.
«E il tuo profilo?»
Zena lo guardò con un’espressione più seria.
«Il mio profilo è abituato a sopportarmi.»
Questa volta il sorriso venne anche a lei, ma stanco, breve, subito ritirato.
Il modulo emise un altro segnale.
Anesh salì.
Dentro, il sedile era duro e freddo. Le pareti portavano graffi, numeri incisi, vecchi segni di carico. Attraverso l’apertura, Zena sembrava già più lontana di pochi passi. La porta cominciò a muoversi, poi si fermò a metà, aspettando un ultimo consenso dal pannello.
Zena non lo diede subito.
«Anesh.»
Lui alzò lo sguardo.
Lei sembrò cercare una frase più adatta, poi rinunciò.
«Non perdere il cestino.»
Era una cosa pratica, quasi brusca, e proprio per questo gli arrivò più vicina di un augurio.
Anesh annuì.
«E tu non arrivare troppo in ritardo al resto della tua sera.»
«È già rovinata.»
«Non sembrava.»
Zena abbassò gli occhi per un istante. Quando li rialzò, qualcosa del concerto passò di nuovo nel suo volto, ma senza musica.
«Vai» disse. «Prima che questa porta cambi idea.»
Inserì il consenso.
Le porte si chiusero.
Per qualche secondo Anesh vide ancora la sua figura attraverso il vetro stretto: Zena ferma nella sala tecnica, la chitarra sulle spalle, i capelli mossi dall’aria della galleria, una mano ancora vicina al pannello. Poi il modulo si mosse, prima lentamente, poi con maggiore decisione. La sala cominciò a scivolare via. La luce attorno a Zena si ridusse a una forma, poi a un colore, poi a nulla.
Il vecchio tracciato prese la discesa.
Anesh appoggiò la mano al cestino di vimini. Ku non si muoveva. Fuori dal modulo, le luci della galleria passavano una dopo l’altra, sempre uguali e sempre più profonde. A ogni giunto, il pavimento vibrava sotto i piedi e il suono della città rimaneva un poco più indietro.
Non sapeva dove avrebbe trovato un’imbarcazione, né chi avrebbe accettato di portarlo verso un luogo che forse non esisteva. Non sapeva se Alma fosse un’isola, un errore, un nome messo sopra un segreto o soltanto il modo in cui i naviganti chiamavano ciò che non avevano saputo attraversare. Non sapeva nemmeno se Ku, chiusa di nuovo nel suo piccolo riparo, stesse ancora guardando in quella direzione.
Ma la grotta era alle sue spalle. Yantra, adesso, anche.
La discesa continuò nel buio del Monte Uruk, verso la costa.
