Anesh aprì il piccolo contenitore di vimini con entrambe le mani, come se il gesto richiedesse più forza di quanta ne richiedesse davvero.

Non sollevò subito il coperchio. Prima lo sfiorò lungo il bordo, seguendo con il pollice le irregolarità dell’intreccio, i punti in cui le fibre erano state strette troppo e quelli in cui, per fretta o stanchezza, aveva lasciato passare un filo d’aria più largo. Lo aveva fatto lui, quel cestino, nei giorni prima della partenza. Non per imprigionare Ku, almeno non così aveva cercato di pensarlo, ma perché una farfalla non attraversa strade, polvere, vento, mezzi abbandonati e città di metallo senza un riparo. Eppure, ogni volta che lo chiudeva, una parte di lui sentiva di avere tradito qualcosa della sua fragilità.

Zena non parlava. Era rimasta accanto alla ringhiera, abbastanza vicina da vedere, abbastanza lontana da non trasformare il momento in una verifica. Il vento della terrazza le muoveva i capelli attorno al viso e faceva vibrare piano le parti metalliche della custodia appoggiata poco più indietro. Yantra continuava sotto di loro, accesa, sovrapposta, lontana e vicinissima; ma da quel punto della città il suo rumore arrivava come attraverso una parete spessa, mescolato all’aria fredda del Monte Uruk.

Anesh sollevò il coperchio.

Per un istante non accadde nulla.

Dentro, Ku era quasi invisibile. Le ali chiuse aderivano una all’altra con una precisione che non sembrava riposo, ma ascolto. Il corpo minuscolo stava fermo sul fondo del cestino, dove Anesh aveva disposto alcuni fili secchi e un frammento di stoffa chiara. Nella penombra del vimini, la farfalla pareva meno un animale che un avanzo di luce rimasto impigliato in una cosa troppo terrestre.

Zena si chinò appena, senza avvicinare le mani.

«È piccola» disse.

Anesh annuì. La frase non gli diede fastidio. Detto da Zena, dopo il Nerek, dopo i pannelli, dopo il palco e la terrazza, quel “piccola” non sembrava una riduzione. Sembrava quasi una constatazione necessaria, il modo più prudente per non dire altro.

Ku mosse le ali una sola volta.

Il movimento fu così leggero che il vento avrebbe dovuto cancellarlo. Invece Anesh lo vide, e lo vide anche Zena, perché il suo respiro cambiò appena. La farfalla salì lentamente verso il bordo interno del cestino, non con il volo incerto degli insetti attratti dalla luce, ma con una specie di decisione fragile, fatta di pause e riprese minime. Quando raggiunse l’orlo, rimase ferma.

Il vento aumentò.

La rete della terrazza vibrò più forte. Una folata risalì lungo la parete del Monte Uruk, portando con sé odore di roccia fredda, metallo, polvere e qualcosa di più lontano, forse umidità marina o solo il desiderio di sentirla. Anesh fece istintivamente per coprire il cestino con una mano, ma Zena gli afferrò il polso.

Non strinse. Lo fermò soltanto.

«Aspetta.»

Anesh la guardò. Lei non distoglieva gli occhi da Ku.

La farfalla aprì le ali.

Il vento avrebbe dovuto prenderla subito, schiacciarla contro la rete o trascinarla verso il buio sotto la terrazza. Era troppo leggera. Troppo esposta. Il suo corpo non aveva nulla che potesse opporsi a quella corrente salita dalla montagna. Eppure Ku si staccò dal bordo del cestino e rimase nell’aria.

Non volava come un uccello, né come gli insetti che Anesh aveva visto nei prati di Altaluna. Non avanzava davvero. Non fuggiva. Restava lì, a poca distanza dalle mani del ragazzo, con le ali aperte in un tremito quasi immobile, come se il vento le passasse intorno senza riuscire a decidere da che parte portarla.

Zena lasciò lentamente il polso di Anesh.

«Non dovrebbe poterlo fare» disse.

Non lo disse forte. Non lo disse per ottenere una risposta. Era una frase uscita dal suo mestiere prima ancora che dal suo stupore, una di quelle frasi che a Yantra precedono la necessità di misurare, di controllare, di ripetere l’esperimento. Ma questa volta non alzò il dispositivo al polso, non chiamò nessun sensore, non cercò una classificazione.

Ku rimase sospesa.

Anesh sentì il petto stringersi. Era la stessa immobilità della grotta, e insieme non lo era. Là, Ku stava davanti all’orizzonte di pietre e boschi, con il mondo ancora nascosto oltre la soglia. Qui c’era Yantra sotto di loro, la montagna, la costa lontana, il mare; eppure la farfalla non sembrava guardare nulla di tutto questo separatamente. Era rivolta verso un punto che gli occhi non potevano isolare, una direzione che attraversava il buio oltre la città e continuava, invisibile, sopra l’acqua.

«È la stessa» mormorò Anesh.

«La stessa cosa della grotta?»

Lui annuì, senza riuscire a togliere gli occhi da Ku.

Zena seguì la linea del suo sguardo. Guardò il mare, poi più oltre, dove non c’era niente da vedere. Solo la notte, la superficie scura dell’acqua, qualche luce costiera, e una distanza troppo vasta perché una città, per quanto alta, potesse davvero dominarla.

«Da quella parte» disse.

Anesh non capì se fosse una domanda o una risposta.

«Cosa c’è?»

Zena rimase in silenzio. Il vento si infilò nella sua giacca, gonfiandola appena, poi cadde di nuovo. Ku non si mosse. Le ali continuarono a tremare, ma il corpo restava fermo, puntato verso la stessa zona invisibile.

«La costa, prima» disse Zena. «Poi le rotte basse. Poi mare aperto.»

«E dopo?»

Lei piegò appena la testa, come se stesse decidendo quanto di ciò che sapeva appartenesse ai registri e quanto ai racconti.

«Da qualche parte, in quella direzione, comincia l’Orizzonte del Molteplice.»

Anesh ripeté il nome dentro di sé prima ancora di pronunciarlo. Non gli parve nuovo, ma non perché lo avesse già sentito. Era una di quelle parole che sembrano arrivare in ritardo, come se qualcosa in loro fosse stato atteso da tempo.

«Che cos’è?»

Zena appoggiò le mani alla ringhiera. «Una zona di mare che i naviganti evitano quando possono. Non perché ci siano scogli, tempeste o correnti impossibili. Almeno non sempre. È il silenzio che li fa tornare indietro.»

«Il silenzio?»

«Così dicono.» Fece una pausa breve. «O così diceva mia madre, quando voleva spaventarmi abbastanza da non farmi entrare in acqua troppo al largo. Ma non è solo una storia iridiana. Ci sono registri, rilevazioni, rapporti di bordo. A un certo punto il suono cambia. Poi sparisce. Il vento continua, ma non lo senti più nello stesso modo. Le onde si muovono, ma il mare sembra non avere voce. Gli strumenti restano accesi e dicono che sei ancora lì, eppure chi c’è stato racconta sempre la stessa cosa: di avere attraversato un luogo in cui il mondo smetteva di rispondere.»

Anesh guardò Ku. La farfalla era ancora sospesa nel vento, fragile e impossibile, come una domanda tenuta aperta da una forza che nessuno dei due sapeva nominare.

«E oltre?»

Zena non rispose subito.

Da qualche parte sotto di loro, Yantra emise un suono lungo, forse un segnale di cambio livello o la partenza di un carico pesante. Arrivò attenuato, quasi inghiottito dalla roccia. Per un istante sembrò che anche la città avesse abbassato la voce per ascoltare il nome che stava per essere detto.

«Alma» disse Zena.

La parola fu piccola. Non ebbe il peso di una rivelazione. Non aprì il cielo, non fece tremare Ku, non cambiò la direzione del vento. Proprio per questo rimase sospesa con più forza.

«È un’isola?» chiese Anesh.

«Dipende da chi lo racconta.» Zena si passò una mano tra i capelli, spostandoli dal viso. «Per alcuni sì. Un’isola oltre l’Orizzonte del Molteplice. Per altri è un errore di navigazione ripetuto abbastanza volte da sembrare un luogo. Per altri ancora è una copertura: una parola messa sopra qualcosa che non si vuole nominare. Installazioni militari, esperimenti, vecchie basi, superstizioni utili a tenere lontani i curiosi. I registri di Yantra non la trattano come una destinazione. La trattano come una possibilità senza esito.»

«Qualcuno l’ha cercata?»

«Molti.» Zena guardò verso il mare. «Sono arrivati al silenzio. Alcuni lo hanno attraversato. Sono tornati dicendo di non aver trovato niente.»

«Tutti?»

«Tutti quelli che sono tornati.»

Anesh sentì la frase posarsi tra loro con una freddezza diversa dal vento.

Ku tremò appena, ma non cambiò posizione. La sua immobilità cominciava a sembrargli più faticosa del volo. Non sapeva quanto una farfalla potesse resistere così. Non sapeva neppure se quella domanda avesse senso, ormai. Alzò lentamente una mano, non per prenderla, ma per lasciarle la possibilità di tornare al cestino. Ku non si mosse.

«Non la vedi» disse Zena.

«Alma?»

«Nemmeno l’Orizzonte. Da qui vedi solo il mare. Il resto è direzione, non panorama.»

Anesh pensò alla grotta. Alle mattine in cui Ku restava immobile fuori dall’ingresso, puntata verso un lontano che lui non sapeva ancora distinguere. Anche allora non vedeva la strada. Vedeva una farfalla guardare qualcosa che per lui era soltanto aria.

«Forse è sempre stato così» disse.

Zena lo guardò.

«Cosa?»

«Forse non dovevo vedere il posto. Solo smettere di restare dov’ero.»

Lei non commentò. Questa volta non lo chiamò altalunare, non ridusse la frase a una forma di vaghezza utile per prenderlo in giro. Rimase in silenzio, con gli occhi sul mare invisibile oltre la costa. Forse pensava a sua madre, o alla domanda che poco prima le era uscita davanti all’acqua. Forse al concerto, all’ultimo brano rimasto aperto più del dovuto. O forse stava soltanto cercando, dentro di sé, il punto in cui il dubbio cominciava a somigliare a una direzione.

Ku si mosse.

Non tornò subito nel cestino. Fece un piccolo avanzamento nell’aria, quasi nullo, eppure visibile. Poi rimase di nuovo ferma, sempre rivolta verso il mare. Le ali, viste contro il buio, sembravano più sottili della luce che le sfiorava.

Anesh non ebbe una visione, né una certezza. Non sentì una voce. Non capì che cosa fosse Alma, né perché una farfalla venuta alla sua grotta dopo la luce di Kangen dovesse ora orientarsi verso un luogo che i naviganti nominavano con disagio e i registri trattavano come errore. Non seppe neppure se Ku stesse indicando l’isola o il silenzio prima dell’isola.

Ma il viaggio cambiò forma.

Fino a quel momento aveva seguito. Da quel momento, senza sapere meglio, cominciò ad andare.

«Devo scendere alla costa» disse.

Zena lo osservò come se si aspettasse quella frase e al tempo stesso avesse sperato che non arrivasse così presto.

«Da Yantra non si scende semplicemente alla costa.»

«Come si scende?»

Lei fece un piccolo gesto verso i livelli bassi della città, dove alcune linee luminose sparivano dentro la montagna e non riemergevano più. «Con autorizzazioni, turni di carico, convogli, strade che non sono pensate per chi decide all’improvviso di cercare un’isola che forse non esiste.»

Anesh non rispose.

Ku, lentamente, lasciò che il vento la riportasse indietro di qualche palmo. Non sembrò cedere alla corrente; sembrò concederle di accompagnarla. Si posò sul bordo del cestino con una leggerezza quasi stanca. Anesh non la toccò. Attese. Dopo un poco, la farfalla richiuse le ali e scese all’interno.

Solo allora lui rimise il coperchio.

Quando alzò lo sguardo, Zena stava già guardando verso la porta da cui erano usciti. Il dispositivo al suo polso lampeggiò di nuovo, ma lei lo spense senza leggerlo.

«C’è un vecchio tracciato tecnico» disse.

Anesh aspettò.

«Non è per passeggeri. Scende lungo il lato orientale del Monte Uruk fino a una linea di servizio verso la costa. Lo usano per carichi, manutenzioni, cose che la città preferisce muovere senza attraversare i livelli pubblici.»

«Tu puoi entrarci?»

Zena non rispose subito. Guardò la porta, poi il cestino, poi il mare. In quel breve silenzio, Anesh capì che la risposta era sì, e che proprio per questo non era semplice.

«Posso aprire il primo accesso» disse infine.

«E dopo?»

«Dopo dovrai arrangiarti meglio di quanto hai fatto finora.»

La frase avrebbe dovuto sembrare dura. Non lo fu. O forse Anesh, ormai, aveva cominciato a riconoscere il modo in cui Zena lasciava passare una cosa senza offrirla apertamente.

La terrazza rimase ancora per qualche istante nel vento. Sotto, Yantra continuava a funzionare. Davanti, il mare non faceva nulla che da lì potesse essere visto. Eppure, tra la città e il buio dell’acqua, una direzione si era formata senza diventare spiegazione.

Zena raccolse la custodia della chitarra.

«Andiamo» disse.

Anesh si assicurò che il cestino fosse chiuso, poi la seguì verso la porta tecnica. Mentre rientravano nella città, gli parve di portare con sé meno una risposta che un punto fermo nel vento, fragile come ali aperte e impossibile, per il momento, da spostare.