La linea luminosa li condusse fuori dal reparto di verifica e poi si piegò verso un corridoio laterale, più stretto di quelli che Anesh aveva visto entrando in città. Zena camminava davanti a lui con passo rapido, senza voltarsi quasi mai, e ogni volta che una porta esitava anche solo per un battito davanti al suo codice lei batteva due dita sul pannello con una specie di impazienza muta, come se persino i sistemi, quel giorno, avessero deciso di farle perdere tempo.
Il corridoio era pulito, chiaro, attraversato da tubi sottili che correvano in alto come linee di uno spartito tecnico. Dietro alcune pareti trasparenti si intravedevano piccole sale di controllo, banchi di registrazione, pannelli con profili di mezzi, mappe di percorsi, turni di verifica e nomi che scorrevano in colonne ordinate. Anesh cercava di non fermarsi, ma ogni cosa sembrava chiedere di essere letta. A Yantra persino il passaggio da un luogo all’altro pareva lasciare una traccia.
Zena se ne accorse.
«Non guardare tutto.»
«Perché?»
«Perché se guardi tutto rallenti. E se rallenti, io arrivo tardi.»
La frase avrebbe potuto chiudere la conversazione. Invece, dopo pochi passi, una luce bassa si accese a lato del corridoio e una porta scivolò verso l’interno, aprendo un piccolo spazio semicircolare. Non sembrava un ufficio. Non c’erano sedie, né tavoli, né persone in attesa. Solo una pedana al centro, un arco sottile sospeso sopra di essa e tre pannelli verticali, spenti, disposti come superfici d’acqua scura.
Zena si fermò davanti all’ingresso e chiuse gli occhi per un momento.
«Naturalmente.»
Anesh restò sulla soglia.
«Dobbiamo entrare?»
«Tu devi entrare. Io devo perdere altro tempo.»
La voce dell’officina, o forse un’altra voce identica, uscì dalle pareti.
«Associazione temporanea incompleta. Presenza non registrata priva di profilo civico attivo. Identificazione minima richiesta.»
Zena fece un gesto verso la pedana.
«Sali.»
Anesh obbedì.
Appena mise piede al centro dello spazio, i pannelli si accesero. Non proiettarono subito la sua immagine. Prima comparvero linee, campi vuoti, simboli di verifica. Poi il suo nome, già raccolto nel reparto, apparve in alto, scritto in caratteri chiari.
Anesh.
Sotto, molte righe rimasero vuote.
Zena si appoggiò alla parete con una spalla. Cercava di sembrare soltanto annoiata, ma Anesh vide che guardava l’orario sul polso troppo spesso perché fosse solo noia.
«Età?» chiese la voce.
Anesh esitò appena.
«Diciassette.»
Il pannello registrò.
Età: 17.
Ciclo civile: non verificato.
Zena sollevò lo sguardo.
«Diciassette e nessun ciclo registrato?»
«Ad Altaluna non funziona così.»
«Ad Altaluna niente funziona “così”. È una delle cose che vi riescono meglio.»
Non lo disse con durezza. Anzi, c’era quasi un’ombra di sorriso nella frase, ma sparì subito. Una nuova riga lampeggiò sul pannello.
«Provenienza familiare.»
Anesh guardò le lettere, poi Zena. Lei non lo aiutò.
«Mia madre era di Altaluna.»
Il sistema registrò.
«Padre?»
«Theknus.»
Per la prima volta, Zena cambiò davvero espressione. Non molto. Solo abbastanza perché Anesh capisse che quella parola, detta da lui, non era caduta dove lei se l’aspettava.
«Di dove?»
La domanda non era uscita dal sistema. Era sua.
«Ekud.»
Zena si staccò dalla parete.
«Ekud.»
Anesh annuì.
Lei ripeté il nome piano, come si ripete un luogo che non si frequenta ma di cui si conosce l’odore attraverso i racconti degli altri. «Colline dell’est. Legno, fibra, olivi, mani lente. Quelli dell’Uruk dicono che laggiù tutto è morbido. Poi comprano da loro le cerniere migliori.»
Anesh la guardò, sorpreso.
«Conosci Ekud?»
«Conosco le cose che arrivano da Ekud.» Fece un cenno verso uno dei pannelli, dove il sistema aveva già aggiunto una riga incompleta. «È diverso.»
«Da Yantra?»
Zena quasi rise, ma senza suono.
«Yantra è costruita sul Monte Uruk. Se una cosa non resiste al vento, qui non dura. A est, invece, il confine con l’Iridia cambia la materia prima ancora delle persone. Il legno conta di più. La terra conta di più. Anche quando costruiscono macchine, sembrano ancora toccare alberi.»
Anesh non rispose. Non aveva mai sentito nessuno di Yantra parlare così. Non con affetto, forse, ma nemmeno con disprezzo. Come se Zena sapesse riconoscere una differenza senza doverla subito mettere al suo posto.
Il pannello registrò con una formula più asciutta.
Padre: origine dichiarata Theknus orientale, Ekud.
Madre: origine dichiarata Altaluna.
Profilo territoriale: misto.
La parola “misto” rimase accesa un poco più delle altre.
Zena la vide.
«Il sistema ama le parole che sembrano pulite.»
«Non è pulita?»
«Dipende da quanto sporco c’è dentro.»
Anesh non capì se stesse parlando di lui, della città, o di qualche cosa che non voleva spiegare. La voce riprese prima che potesse chiederglielo.
«Formazione principale.»
Questa volta Anesh rimase in silenzio più a lungo.
Formazione. La parola sembrava semplice, ma dentro di lui apriva luoghi che non sapeva ordinare: le terrazze di pietra di Altaluna, le mappe tracciate con pigmenti chiari, il cielo osservato per notti intere, le storie ripetute fino a cambiare significato, i segni incisi, le domande che gli adulti lasciavano sospese apposta, come se una risposta arrivata troppo presto fosse una forma di maleducazione verso il mondo.
«Non lo so» disse infine.
Zena abbassò lo sguardo sul polso.
«È la seconda volta che lo dici a una macchina. Non è una buona strategia.»
«Non è una strategia.»
«Appunto.»
Il pannello restò in attesa.
«Ho studiato mappe» disse Anesh. «Cielo. Segni. Racconti. Relazioni tra cose.»
Zena lo guardò.
«Relazioni tra cose.»
«Sì.»
«È molto Altaluna.»
«Lo so.»
«Non era un complimento.»
«Lo so.»
Questa volta lei sorrise davvero, ma fu un sorriso breve, quasi involontario. Poi si avvicinò al pannello e inserì una correzione manuale. Le sue dita si mossero rapide sulla superficie scura.
Formazione dichiarata: osservazione simbolica e cartografica.
Il sistema accettò la formula con un lampo tenue.
Anesh lesse la riga. Gli parve insieme ridicola e non del tutto falsa. C’era qualcosa di lui in quelle parole, ma asciugato, privato del freddo delle notti, dell’odore della pietra, della paura che si era depositata dopo la guerra, del silenzio della grotta. Era come guardare la propria ombra proiettata su una parete liscia: riconoscibile, ma incapace di respirare.
«È questo che sono?» chiese.
Zena non rispose subito. Forse perché aveva fretta. Forse perché la domanda le aveva dato più fastidio di quanto volesse mostrare.
«È abbastanza per farti uscire da questa stanza.»
Sul pannello comparvero nuove righe.
Competenze operative: non dichiarate.
Affiliazione: assente.
Tutore civico: assente.
Funzione temporanea: associata a verifica Nerek LG51.
Zena fece un passo avanti prima che il sistema completasse la schermata, come se volesse impedirgli di aggiungere altro. Ma il pannello laterale si accese comunque, e per un istante Anesh vide un secondo profilo aprirsi accanto al suo.
Zena Ardei.
Età: 18.
Ciclo: ultimo.
Area: diagnostica meccatronica avanzata.
Interventi validati: 43.
Deviazioni procedurali registrate: 7.
Note tutor: tendenza a valutazione percettiva non sempre documentata.
Zena passò una mano sul pannello e lo oscurò.
«Quello non ti serve.»
Anesh abbassò gli occhi, come se fosse stato sorpreso a leggere una lettera privata.
«Scusa.»
«Non importa.»
Ma importava. Non nel modo di un segreto rivelato; piuttosto come importa una finestra lasciata aperta per sbaglio. Anesh aveva visto appena poche righe, eppure quelle righe restavano. Il profilo di Zena era pieno: età, ciclo, area, interventi, deviazioni, note. Persino ciò che in lei sfuggiva era stato contato.
Il suo, invece, sembrava fatto di buchi.
La voce concluse la procedura.
«Associazione temporanea completata. Movimento consentito su percorsi autorizzati con operatore Zena Ardei. Verifica dinamica del mezzo sospesa fino a raffreddamento completato.»
La porta alle loro spalle si aprì.
Zena uscì subito, senza aspettare che Anesh scendesse dalla pedana. Quando lui la raggiunse nel corridoio, lei aveva già ripreso a camminare.
«Adesso ascoltami» disse. «Non ti allontani, non apri il contenitore, non rispondi ai pannelli, non segui luci laterali, non tocchi nulla che lampeggi e non fai quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella di chi sta cercando il senso profondo di un corridoio.»
Anesh non riuscì a trattenere un sorriso.
«E tu dove vai?»
«Dove stavo già andando prima che un Nerek mezzo addormentato decidesse di vomitare un ragazzo senza profilo nel mio turno.»
«Non mi ha vomitato.»
«Hai ragione. Ti ha depositato. È più elegante.»
Attraversarono una passerella interna che dava su un cortile tecnico. Sotto di loro, alcuni apprendisti spingevano moduli di batteria verso un banco di carica; più in là, una donna con una tuta grigia stava spiegando a due ragazzi come isolare un giunto senza bloccare l’intero sistema. Nessuno sembrava fermo, ma nessuno sembrava davvero di corsa. Solo Zena camminava come se il tempo, quel giorno, avesse preso qualcosa di suo.
«Hai un impegno» disse Anesh.
«Sì.»
«Di lavoro?»
«Non tutto quello che conta è lavoro.»
La frase uscì più rapida del previsto. Zena se ne accorse e cambiò subito tono.
«Devo passare dal mio alloggio. Poi al locale.»
«Che locale?»
«Un posto dove stasera dovrei suonare, se tu, il Nerek e il tuo cestino mi concedete il permesso.»
Anesh si fermò quasi.
Zena fece altri tre passi prima di voltarsi.
«Che c’è?»
«Suoni?»
Lei lo guardò come se la domanda fosse leggermente offensiva.
«Sì.»
«Cosa?»
«Chitarra.»
Il cestino di vimini batté piano contro il fianco di Anesh. O forse fu solo il suo passo ripreso in ritardo.
Zena notò il movimento, ma ormai aveva fretta di nuovo.
«Non fare quella faccia nemmeno per la chitarra.»
«Non so che faccia sto facendo.»
«Una faccia di Altaluna.»
«È un insulto?»
«Non ancora.»
Riprese a camminare, e Anesh la seguì. Davanti a loro il corridoio si apriva verso livelli più abitati della città, dove il rumore delle officine cominciava a mescolarsi ad altri suoni: voci, passi, porte, carrelli, il richiamo di una mensa, una risata improvvisa, un annuncio lontano che nominava settori e orari. Yantra non sembrava più soltanto una macchina. Aveva corridoi in cui qualcuno litigava con il tempo, luoghi dove si lasciavano strumenti, stanze in cui una ragazza teneva una chitarra, e forse perfino domande che i pannelli non riuscivano a leggere abbastanza in fretta.
Anesh camminò dietro Zena senza dire altro.
Sul piccolo profilo provvisorio che il sistema aveva appena creato per lui, da qualche parte, forse continuava a lampeggiare una funzione temporanea legata al Nerek LG51. Ma lui non la vedeva più. Vedeva la schiena di Zena davanti a sé, il passo veloce, i capelli ricci sfuggiti alla legatura, il polso che ogni tanto si illuminava di rosso.
E, sotto il rumore della città, sentiva il cestino al suo fianco rimanere quieto, come se Ku, per il momento, avesse accettato di attraversare Yantra con loro.
