Appena lasciarono il corridoio dell’identificazione, il rumore cambiò.

Non era più il suono profondo dell’officina, né il battito ordinato del reparto di verifica. Qui Yantra aveva un’altra voce, più fitta e più umana: passi sulle passerelle, porte che si aprivano e si richiudevano, carrelli leggeri che correvano lungo guide laterali, annunci sovrapposti, risate brevi, richiami da un livello all’altro, il fruscio dei tessuti tecnici, l’urto morbido degli strumenti contro le cinture. La città non sembrava meno precisa, ma era più vicina al disordine delle persone. O forse era solo che Anesh, dopo essere stato letto dai pannelli, riusciva di nuovo a vedere i corpi.

Zena camminava davanti a lui senza rallentare. Ogni tanto alzava il polso e controllava il piccolo segnale rosso che continuava a pulsare sul dispositivo agganciato alla tuta. Non imprecava, non sbuffava neppure; teneva la fretta dentro il passo, e questo la rendeva più difficile da seguire di qualcuno apertamente nervoso.

«Quanto manca?» chiese Anesh dopo qualche minuto.

«A cosa?»

«Al posto dove devi andare.»

«Dipende da quanto riesci a non fermarti davanti a ogni cosa che lampeggia.»

Anesh avrebbe voluto rispondere che non si fermava davanti a ogni cosa, ma proprio in quel momento rallentò senza accorgersene. Sopra una parete curva, larga quanto la facciata di una casa, scorrevano immagini della guerra. Non erano immagini di battaglia. Mostravano mappe, linee di rifornimento, mezzi in movimento su territori stilizzati, nomi di città che cambiavano colore, colonne di numeri, volti di soldati ordinati in file troppo regolari. Una voce bassa parlava della Lega Australe e del fronte settentrionale; Anesh colse i nomi di Theknus e Iridia, poi quelli di Axia e Castalia, pronunciati con una durezza diversa, come se appartenessero a un materiale più freddo. Quando comparve Altaluna, la mappa non la colorò tutta allo stesso modo. Rimase divisa da una linea sottile, tremante, che il pannello cercava di rendere netta senza riuscirci davvero.

Zena si fermò due passi più avanti.

«Non guardare troppo quello.»

«Perché?»

Lei seguì per un istante il suo sguardo, poi lo distolse. «Perché cambia ogni giorno, ma dice sempre la stessa cosa.»

Sul grande schermo apparve il volto di Kemet. Non occupava tutta la parete; non ce n’era bisogno. Bastava che comparisse perché le immagini intorno sembrassero disporsi meglio. Aveva un sorriso fermo, costruito per non sembrare costruito, e occhi che davano l’impressione di guardare sempre leggermente oltre l’interlocutore, verso un luogo che gli altri non avevano ancora avuto il coraggio di immaginare. La didascalia sotto il volto lo indicava come guida della Lega Australe. Più in basso, una frase scorreva lenta, intervallata dal simbolo di Yantra: la forza non è difesa se non diventa forma.

Un gruppo di apprendisti si fermò per pochi secondi davanti al pannello. Uno di loro sollevò il pugno, più per abitudine che per fervore; gli altri risero e lo spinsero via, perché il cambio turno non aspettava nessuna solennità. Zena riprese a camminare.

Anesh la seguì.

«Lui vive qui?»

«Kemet?» Zena non si voltò. «Quando serve che la città lo sappia, sì.»

«E quando non serve?»

«Quando non serve, qualcuno dice che è altrove.»

Non aggiunse altro, e il tono con cui lo disse bastò a scoraggiare altre domande.

Salirono su una passerella mobile che correva lungo il fianco interno di una torre. Da lì Anesh vide Yantra aprirsi in profondità: strade sovrapposte, cortili di carico, terrazze tecniche, condotti verticali, ponti che collegavano edifici diversi senza mai cercare simmetria. La montagna non era stata cancellata; affiorava ovunque, trattenuta da strutture metalliche, tagliata in piani, attraversata da ascensori e gallerie. Yantra non era costruita sopra il Monte Uruk. Sembrava averlo convinto a diventare città.

Mentre salivano, il rumore delle officine si allontanò e fu sostituito da quello degli spazi abitati. Comparvero porte più piccole, luci meno forti, finestre interne dietro cui si vedevano tavoli, scaffali, tessuti appesi, tazze lasciate vicino ai pannelli di studio. Alcuni ragazzi uscivano dagli alloggi ancora in tuta da lavoro, altri rientravano con gli strumenti in mano, due ragazze sedute a terra mangiavano da un contenitore comune e discutevano davanti a un progetto proiettato sul pavimento. Nessuno sembrava davvero fuori servizio. Anche il riposo, lì, aveva l’aria di preparare qualcosa.

Zena abbandonò la passerella al terzo livello e imboccò una rampa stretta. Anesh notò che da quel punto in poi le pareti erano meno curate. Non sporche, ma più vissute. Sui pannelli laterali c’erano segni lasciati da mani, piccole incisioni, adesivi di gruppi tecnici, frasi cancellate male, simboli di squadre dell’ultimo ciclo. Una striscia dipinta a mano correva lungo il bordo inferiore del corridoio, interrotta ogni tanto da riparazioni più recenti. Non sembrava autorizzata, ma nessuno l’aveva rimossa.

«Qui vivi?» chiese Anesh.

«Qui dormo.»

«Non è la stessa cosa?»

Zena passò il codice davanti a una porta.

«Domanda di Altaluna.»

La porta si aprì su una stanza piccola, più stretta di quanto Anesh si aspettasse. Zena entrò senza invitarlo, e lui rimase sulla soglia finché lei non disse, da dentro: «Non stare lì come se il corridoio dovesse adottarti.»

Anesh fece un passo.

La stanza era ordinata solo in parte. Un letto basso era incastrato contro la parete, con una coperta arrotolata ai piedi; sopra, due mensole reggevano strumenti, pezzi di metallo, contenitori trasparenti, una lampada snodabile, tre libri sottili e una piccola pianta dalle foglie lucide, tenuta in un vaso troppo pesante per le sue dimensioni. Vicino alla finestra interna c’era un banco di lavoro con un pannello smontato, fili color rame e una serie di appunti scritti a mano su fogli fissati con morsetti. Anesh si sorprese nel vedere la carta. In mezzo a tutto ciò che a Yantra poteva essere registrato, quei fogli sembravano quasi una debolezza.

Zena andò dritta verso un armadio stretto e lo aprì. Dentro, appesa in verticale, c’era una custodia scura.

Anesh capì prima che lei la prendesse.

Non disse nulla.

Zena se la mise in spalla, poi si tolse la parte superiore della tuta con movimenti rapidi e la lasciò cadere sul letto. Sotto portava una maglia semplice, scura, senza segni di reparto. Si infilò una giacca leggera, controllò di nuovo il polso, cercò qualcosa sul banco, non lo trovò, rovesciò quasi un contenitore, lo afferrò al volo e finalmente recuperò un piccolo plettro metallico da sotto un foglio.

«Non toccare niente» disse.

Anesh aveva appena allungato lo sguardo verso gli appunti.

«Non stavo toccando.»

«Stavi pensando di capire.»

Lui ritrasse la mano, anche se non l’aveva mossa.

Sul foglio più vicino vide soltanto una sequenza di linee e punti, forse una mappa musicale, forse il disegno di un circuito. Non riuscì a distinguerli. C’erano anche parole isolate, cancellate e riscritte, ma Zena chiuse il quaderno prima che lui potesse leggerle.

«È musica?» chiese.

«È il tentativo di non arrivare impreparata.»

«A un concerto?»

«A un concerto, a una verifica, a una conversazione con una macchina vecchia. Cambia poco.»

La custodia della chitarra urtò contro lo stipite mentre uscivano. Zena si voltò per controllare di non averla graffiata, e in quel gesto, più attento di tutti quelli riservati fino a quel momento ad Anesh, qualcosa di lei cambiò per un istante. Non diventò più dolce. Solo più precisa in un altro modo.

Nel corridoio, il flusso dei giovani si era fatto più fitto. Alcuni indossavano ancora le tute da officina, altri avevano cambiato abiti, ma quasi tutti portavano addosso un segno del proprio reparto: una fascia, un gancio, un modulo al polso, un distintivo cucito, un guanto lasciato penzolare dalla cintura. Anesh passò accanto a un ragazzo che reggeva un piccolo tamburo tecnico sotto il braccio e a una donna che trasportava tre aste pieghevoli. Da una sala aperta arrivava una musica breve, ripetuta più volte, interrotta da una voce che correggeva il ritmo.

Zena notò il suo sguardo.

«Non fare quella faccia. A Yantra si suona.»

«Non ho detto il contrario.»

«Lo stavi pensando.»

«Pensavo solo che non me l’aspettavo.»

Lei fece un mezzo sorriso senza rallentare. «Gli altalunari credono sempre che se una cosa ha una funzione allora non possa avere anima.»

Anesh avrebbe potuto rispondere. Avrebbe potuto dire che non era questo che pensava, o che forse lo pensava ma non in modo così semplice. Invece guardò la custodia sulle sue spalle e lasciò passare la frase. Non era il momento di difendere Altaluna, né sé stesso.

Attraversarono una galleria più ampia, dove alcuni pannelli annunciavano gli eventi della sera. Non erano presentati come svago, non del tutto. Ogni riquadro aveva un orario, un luogo, un livello di accesso e una breve indicazione: decompressione di fine turno, ascolto collettivo, esercizio ritmico, competizione di precisione, musica ricreativa. Il nome di Zena compariva nell’ultima riga di un programma proiettato a mezza altezza, insieme ad altri due nomi.

Lei passò davanti al pannello senza guardarlo.

Anesh invece lo lesse.

Zena Ardei / trio elettrico / chiusura ciclo serale.

Sotto, una frase più piccola indicava: variazioni su forma riconosciuta.

«Variazioni su forma riconosciuta» disse Anesh.

Zena fece una smorfia.

«È quello che ho scritto per farmelo approvare.»

«E quello che suonerete?»

«Più o meno.»

«Più o meno quanto?»

Lei gli lanciò uno sguardo rapido.

«Abbastanza da cominciare.»

Non spiegò altro, e forse proprio per questo Anesh capì più di quanto avrebbe capito da una risposta lunga. A Yantra la musica non mancava. Aveva spazi, orari, programmi, perfino frasi curate per presentarla. Ma da qualche parte, tra ciò che si scriveva per entrare in un programma e ciò che poi accadeva davvero, doveva esserci una distanza che Zena conosceva bene.

La città intorno a loro continuava a scorrere. Da una terrazza interna arrivò l’odore di spezie calde e legumi cotti; da una rampa laterale scesero tre adulti con mappe militari ripiegate sotto il braccio; un bambino con una piccola tuta grigia corse dietro a una sfera luminosa finché una donna lo richiamò senza alzare la voce. Su un altro schermo, molto più piccolo di quello visto prima, la mappa di Altaluna lampeggiava ancora divisa. Anesh la vide solo di sfuggita, ma bastò a fargli sentire nel petto una pressione fredda.

Zena se ne accorse, o forse rallentò per puro caso.

«Hai qualcuno, là?» chiese.

Anesh non rispose subito.

Il corridoio continuava davanti a loro, pieno di persone che andavano da qualche parte.

«Non lo so più» disse.

Zena non disse “mi dispiace”. Non gli chiese altro. Riprese a camminare, ma un poco meno veloce.

Arrivarono infine a un sistema di scale mobili che scendeva verso un livello più basso e più caldo. Le pareti, lì, erano rivestite da pannelli scuri e attraversate da tubi di ventilazione. I suoni si mescolavano diversamente: meno annunci, più voci; meno metallo, più passi. Un’insegna luminosa, non perfettamente allineata, indicava il locale con un simbolo che Anesh non conosceva: tre linee spezzate che convergevano senza toccarsi.

«È qui?» chiese.

«Quasi.»

Zena sistemò meglio la custodia sulla spalla e si passò una mano tra i capelli, peggiorando la situazione invece di migliorarla. Poi guardò Anesh, il cestino, i vestiti impolverati, la faccia ancora troppo attenta.

«Tu siediti, quando entriamo. Non sparire. Non aprire niente. Non parlare con chi ti offre cose verdi.»

«Verdi?»

«Intrugli. Bevande. Esperimenti sociali. Non importa.»

«Succede spesso?»

«Con Legu, sempre.»

«Chi è Legu?»

Zena guardò verso l’ingresso del locale, dove una luce bassa filtrava attraverso una porta socchiusa e una linea di basso, ancora isolata, provava due note e poi taceva.

«Uno che ascolta più di quanto sarebbe comodo.»

Poi spinse la porta con la spalla ed entrò.

Anesh la seguì, portando con sé il piccolo contenitore di vimini, la polvere della strada e la sensazione sempre più netta che Yantra non fosse un luogo semplice da rifiutare. Era troppo viva, troppo capace, troppo piena di persone che credevano davvero in ciò che facevano. E forse proprio per questo il silenzio che aveva sentito nella grotta, e che ora sembrava muoversi piano sotto il rumore della città, gli parve ancora più difficile da spiegare.