Il locale era più basso di quanto Anesh si aspettasse, scavato dentro uno dei livelli interni di Yantra dove la città sembrava trattenere il calore delle officine anche dopo la fine dei turni. Non c’erano finestre verso l’esterno, solo pareti scure attraversate da linee di luce morbida, tavoli piccoli, sedute fissate al pavimento e un palco appena rialzato, più simile a una piattaforma di lavoro che a un luogo destinato allo spettacolo. Sopra il palco, tre archi sottili reggevano luci orientabili e pannelli acustici mobili. Ogni cosa aveva un aspetto sobrio, resistente, pensato per essere usato molte volte senza chiedere attenzioni.

Eppure non era un luogo freddo.

C’erano bicchieri sui tavoli, voci sovrapposte, mani che si salutavano da lontano, risate trattenute, strumenti appoggiati in fretta contro le pareti, giacche gettate sulle sedie. Alcuni portavano ancora la tuta da lavoro, altri avevano cambiato solo una parte dei vestiti, come se tra il turno e la sera non ci fosse un vero confine ma soltanto una diversa inclinazione del corpo. Una ragazza con le mani sporche di grasso stava dividendo qualcosa da mangiare con due compagni; un uomo anziano leggeva un piccolo foglio piegato vicino al banco delle bevande; tre apprendisti discutevano animatamente davanti a un pannello dove scorrevano i nomi delle esecuzioni previste. Nessuno sembrava essere lì per sfuggire alla città. Erano ancora dentro Yantra, forse più dentro di prima, ma in un punto dove la sua precisione si concedeva un respiro laterale.

Zena entrò senza fermarsi. Il batterista, già seduto dietro un set compatto di tamburi e superfici percussive, la vide arrivare e sollevò entrambe le mani in un gesto teatrale di disperazione.

«Sei in ritardo.»

«Sono ancora in tempo.»

«Questa è una frase da persone in ritardo.»

Il bassista, più giovane dell’altro e con lo strumento appeso troppo alto sul petto, sorrise senza intervenire. Aveva un volto serio, quasi troppo attento, e l’aria di chi controlla ogni gesto prima di concedergli il permesso di accadere. Quando vide Anesh dietro Zena, il sorriso gli rimase addosso ma cambiò forma.

«E lui?»

Zena appoggiò la custodia della chitarra a terra, aprì i ganci e rispose senza guardare nessuno dei due. «Un problema in raffreddamento.»

Il batterista si sporse per osservarlo meglio. «Del Nerek?»

«Anche.»

Anesh non capì se fosse una battuta, e decise di non chiedere. Zena estrasse la chitarra dalla custodia. Lo fece in fretta, ma con una cura che contraddiceva tutto il resto del suo comportamento. Fino a quel momento aveva urtato porte, chiuso pannelli, corretto droni e attraversato corridoi come se ogni cosa dovesse spostarsi in tempo davanti a lei. Con lo strumento, invece, i suoi gesti si fecero più precisi e più lenti, non per delicatezza apparente, ma perché sembravano conoscere già il punto esatto in cui fermarsi.

«Siediti lì» disse ad Anesh, indicando un tavolo laterale. «Da lì ti vedo.»

«Devi vedermi?»

«Devo non perderti.»

Il tavolo indicato era vicino alla parete, abbastanza lontano dal palco da non essere al centro dell’attenzione, abbastanza vicino da sentire il suono prima che il locale lo assorbisse. Un uomo anziano era già seduto sul lato opposto, con un bicchiere basso tra le mani. Il liquido all’interno era scuro, ma ogni tanto, quando le luci cambiavano, lasciava salire riflessi verdastri. L’uomo non si voltò subito. Continuò a guardare il palco, come se avesse seguito tutta la scena dall’inizio e non avesse trovato necessario segnalarlo.

Anesh si sedette.

Il cestino di vimini restò appoggiato contro il suo fianco, in parte nascosto sotto il bordo del tavolo.

«Tu sei quello del Nerek» disse l’uomo, senza distogliere gli occhi da Zena.

Anesh esitò. «Sono arrivato con il Nerek.»

«È già una differenza.»

L’uomo bevve un sorso del suo intruglio. Aveva una voce bassa, ruvida, ma non pesante. Parlava come chi non ha fretta di vedere dove cadrà una frase.

«Io sono Legu.»

«Anesh.»

«Lo so.»

Questa risposta non suonò minacciosa. A Yantra, probabilmente, sapere il nome di qualcuno appena entrato non era una forma di curiosità ma una conseguenza naturale dell’aria che si respirava. Legu finalmente si voltò verso di lui e lo osservò per un istante. Aveva il volto segnato da rughe sottili, più numerose attorno agli occhi che alla bocca, e capelli grigi raccolti all’indietro con un laccio chiaro. Non sembrava un uomo fragile, anche se era anziano. Sembrava piuttosto una persona che aveva smesso da tempo di opporsi alle cose frontalmente, scegliendo altre vie, più lente, forse meno visibili.

«Non bere se ti offrono qualcosa di verde» disse.

Anesh ricordò le parole di Zena.

«Me l’ha già detto.»

«Allora per una volta mi ha preceduto una buona informazione.»

Sul palco, Zena stava accordando. Il batterista sistemava l’altezza di una superficie metallica e la colpiva con due dita, ottenendo un suono secco e luminoso. Il bassista provava una linea a volume basso, ripetendola con piccole variazioni che sembravano controllate una per una. Non c’era il disordine preparatorio che Anesh aveva visto in alcune feste di villaggio. Anche lì, prima della musica, ogni gesto sembrava voler dimostrare di essere già quasi musica.

Il locale si abbassò di voce senza che nessuno lo chiedesse.

Il primo brano cominciò con il batterista.

Non fu un ingresso violento. Fu una costruzione. Un ritmo di base, poi una seconda figura più sottile, poi un accento spostato che fece inclinare il tempo senza farlo cadere. Il basso entrò subito dopo, preciso e asciutto, con una linea che pareva disegnata per dare al brano un pavimento elastico. Zena aspettò più degli altri. Quando finalmente suonò, la chitarra non occupò il centro; lo attraversò di taglio, con frasi rapide, pulite, quasi troppo lucide, che salivano e si richiudevano prima di lasciare spazio al dubbio.

Il pubblico ascoltava con attenzione, ma non con devozione. Alcuni parlavano ancora a bassa voce, altri battevano il tempo con le dita, altri sorridevano nei passaggi più difficili. Sembravano riconoscere il piacere della competenza. Anesh lo sentì anche lui: quella musica dava una soddisfazione immediata, fisica, perché ogni parte sapeva dove appoggiarsi. Non era semplice, ma era chiara. Non chiedeva di essere capita fino in fondo per essere seguita.

Legu teneva gli occhi socchiusi.

«Suonano spesso insieme?» chiese Anesh.

«Abbastanza perché il batterista creda di sapere dove andrà Zena.»

«E non lo sa?»

«Lo sa molte volte. È per questo che le altre gli danno fastidio.»

Anesh guardò il batterista. Sembrava sicuro, energico, non rigido. In lui non c’era nulla di spento o servile. Ogni colpo aveva forza, decisione, intelligenza. Anche quando guidava il trio verso forme riconoscibili, non lo faceva per povertà, ma per convinzione. Credeva davvero nella forma che costruiva, e quella forma reggeva.

Il secondo brano fu più veloce. Il terzo più breve, quasi una prova di incastro tra basso e batteria, con Zena che entrava a tratti, lasciando frasi taglienti e poi ritraendosi. Il quarto ebbe un andamento più disteso, e per qualche minuto il locale sembrò respirare insieme al trio. Anesh si accorse di essersi dimenticato del Nerek, del profilo provvisorio, persino dell’officina. Non perché tutto fosse sparito, ma perché la musica aveva trovato il modo di includerlo senza nominarlo.

Poi arrivò l’ultimo brano.

Zena disse qualcosa al microfono, poche parole, quasi tutte tecniche: una forma riconosciuta, una variazione conclusiva, il nome dei due compagni. Il pubblico applaudì in modo caldo, familiare. Qualcuno chiamò il nome del bassista, e lui arrossì appena, piegando la testa sullo strumento. Il batterista batté le bacchette una contro l’altra e partì.

All’inizio il brano sembrò il più solido di tutti.

Il ritmo aveva una geometria evidente, ma non banale; si ripeteva con piccole torsioni, come una macchina costruita per mostrare la propria eleganza senza perdere efficienza. Il basso gli si avvolse attorno, sostenendolo con una linea elastica, e la chitarra di Zena entrò sopra, nitida, luminosa, quasi obbediente. Per alcuni minuti tutto funzionò. Funzionò così bene che il locale sembrò riconoscerlo con gratitudine: teste che si muovevano, piedi che battevano, mani che anticipavano alcuni accenti, sorrisi quando il trio superava un passaggio difficile senza lasciare cadere nulla.

Anesh, pur non conoscendo quella musica, sentì la bellezza di una cosa che sa esattamente come stare in piedi.

Poi Zena mancò il ritorno.

O almeno così parve per un istante.

Il batterista aveva aperto lo spazio per la chiusura di una frase; il basso si era già disposto a rientrare nella figura principale. Zena invece tenne un suono un poco più a lungo. Non abbastanza da sembrare errore. Abbastanza da spostare il peso. Quando riprese a suonare, la frase era ancora legata al brano, ma guardava altrove. Una nota scura rimase sospesa più del dovuto, poi un intervallo inatteso ne aprì un’altra sotto, come se la musica avesse trovato una fessura nel proprio pavimento.

Il batterista la seguì subito, ma il suo corpo disse prima della musica ciò che pensava. Si irrigidì appena nelle spalle, poi trasformò quell’irrigidimento in un accento, l’accento in una figura, la figura in un tentativo di riportare il brano dentro una forma riconoscibile. Era bravo. Talmente bravo che per qualche battuta sembrò riuscirci.

Zena non lo contrastò. Gli lasciò costruire il bordo, poi suonò proprio sul punto in cui il bordo diventava più sottile.

Il bassista restò fermo più a lungo degli altri. Anesh lo vide guardare prima il batterista, poi Zena, poi le proprie mani. Non c’era paura sul suo volto, ma qualcosa di vicino al timore di fare bene la cosa sbagliata. Quando entrò, lo fece con una nota semplice, quasi povera. Poi ne aggiunse una seconda, più bassa, che non chiudeva la prima ma la faceva tremare.

Legu posò il bicchiere.

Non disse nulla.

La musica, intanto, cambiò temperatura. Non diventò caotica. Non esplose. Nessuno sul palco sembrava voler distruggere il brano. Al contrario, tutti e tre parevano ascoltare con più attenzione di prima, come se la forma riconosciuta non fosse stata abbandonata ma portata in un luogo dove non bastava più riconoscerla. Il batterista diminuì la forza dei colpi e cominciò a lavorare sugli spazi. Il bassista seguì Zena con una prudenza sempre meno prudente. La chitarra, sopra di loro, non cantava davvero; cercava.

Anesh sentì qualcosa aprirsi dentro il petto.

Non era emozione, almeno non nel modo semplice in cui aveva imparato a nominarla. Non era tristezza, né gioia, né paura. Era più simile a un silenzio che si faceva spazio in mezzo ai suoni. Lo stesso silenzio che nella grotta, certe mattine, sembrava arrivare prima della luce; lo stesso che si era posato sulle pietre dopo la notte in cui il cielo aveva lasciato cadere il suo segno lontano; lo stesso che Ku, immobile verso l’orizzonte, pareva ascoltare senza stancarsi.

Il locale non scomparve. Anesh vedeva ancora i tavoli, le luci, il profilo del batterista, il volto teso del bassista, Zena con gli occhi aperti e il corpo leggermente inclinato sullo strumento. Sentiva ancora i bicchieri, un colpo di tosse, qualcuno che sussurrava dietro di lui. Eppure, sotto tutto questo, o forse dentro, c’era una zona senza nome.

Legu parlò piano, quasi senza muovere le labbra.

«Ecco.»

Anesh si voltò verso di lui.

«Cosa?»

Il vecchio non rispose subito. Guardava Zena con un’espressione difficile da leggere: non approvazione, non rimprovero, non nostalgia pura. Sembrava ascoltare qualcosa che gli era familiare e che, proprio per questo, preferiva non chiamare troppo in fretta.

«Ogni volta dice che resterà nella forma» mormorò.

«E non ci resta?»

«Ci resta abbastanza.»

Anesh tornò a guardare il palco. La frase gli rimase addosso più di quanto si sarebbe aspettato. Abbastanza. Forse a Yantra molte cose dipendevano da quella misura: abbastanza dentro per non essere respinte, abbastanza fuori perché qualcosa potesse ancora entrare.

La musica proseguì senza più tornare davvero all’inizio. Il batterista, dopo aver cercato per un tratto di ricondurre il trio al disegno iniziale, sembrò accettare una diversa funzione del proprio ordine. Non chiudeva più. Teneva insieme. Il bassista, ormai, non seguiva soltanto Zena: ogni tanto la anticipava, poi si ritraeva come se si fosse spinto più avanti del proprio coraggio. Zena non li trascinava. Ascoltava e rispondeva. In certi momenti pareva quasi sorpresa di trovarli ancora con lei.

Il pubblico reagì in modi diversi. Alcuni continuarono ad ascoltare con piacere, forse senza percepire davvero lo spostamento. Altri smisero di battere il tempo. Una donna appoggiata al banco inclinò la testa, infastidita o incuriosita. Due ragazzi sorrisero, poi si guardarono come se nessuno dei due volesse essere il primo a dire che il brano non stava più facendo ciò che aveva promesso. Non accadde nulla di clamoroso. Nessuno protestò. Nessuno uscì.

E proprio questa normalità rese il cambiamento più sottile.

Yantra restava lì, intorno a loro, nelle pareti, negli orari, nelle autorizzazioni, nei pannelli che avevano annunciato quella musica come variazione su forma riconosciuta. Ma per qualche minuto, dentro quella forma, qualcosa aveva smesso di dare risposte.

Quando l’improvvisazione finì, non ci fu una chiusura netta. Il batterista posò un ultimo colpo leggerissimo su una superficie metallica; il basso lasciò vibrare una nota che sembrò spegnersi prima di essere finita; Zena tenne le dita sulle corde senza suonare. Poi tolse la mano.

Il locale rimase sospeso un istante.

L’applauso arrivò subito dopo, caldo, ma non uniforme. Alcuni batterono le mani con entusiasmo, altri con una specie di sollievo, altri ancora dopo un piccolo ritardo, come se avessero avuto bisogno di vedere cosa facevano gli altri per capire che il brano era davvero terminato. Zena abbassò il capo, più per abitudine che per gratitudine. Il batterista sorrise al pubblico, ma appena voltò il viso verso di lei Anesh vide passargli negli occhi una domanda rapida. Il bassista invece guardava a terra e sorrideva da solo, con l’aria di chi ha fatto qualcosa che non sa ancora se potrà rifare.

Legu riprese il bicchiere e bevve.

«Siamo alle solite» disse.

Anesh stavolta non chiese spiegazioni.

Sentiva ancora quel silenzio interno, più chiaro adesso proprio perché la musica era finita. Non lo capiva, ma non riusciva più a ignorarlo. Era come una direzione senza strada, una forma senza bordo, una domanda che non chiedeva di essere risolta subito.

Sul palco, Zena ripose la chitarra nella custodia e sollevò finalmente lo sguardo verso di lui. Per un attimo sembrò cercare sul suo volto un giudizio, poi forse si pentì di averlo fatto. Anesh non seppe che espressione avesse. Sapeva soltanto che, se lei gli avesse chiesto cosa aveva ascoltato, non avrebbe potuto rispondere con nessuna delle parole che Yantra avrebbe saputo registrare.