La terrazza non era stata costruita per guardare.

Anesh lo capì appena uscì dietro Zena e sentì l’aria cambiare intorno al viso. Non c’erano sedute, né parapetti pensati per trattenere a lungo le persone, né luci disposte per rendere più bello il panorama. Era un passaggio tecnico, largo abbastanza perché vi transitassero due addetti con strumenti sulle spalle, protetto da una ringhiera metallica e da una rete sottile che vibrava appena nel vento. A intervalli regolari, piccole cassette di controllo sporgevano dalla parete rocciosa, alcune illuminate, altre spente. Un binario di servizio correva lungo il bordo esterno e spariva dietro una piega della montagna.

Eppure da lì si vedeva quasi tutto.

Yantra scendeva sotto di loro per livelli, terrazze, ponti, cortili e torri, aggrappata al Monte Uruk come se la roccia e il metallo avessero trovato, dopo una lunga discussione, un modo di reggersi a vicenda. Di giorno la città doveva sembrare più chiara, forse persino più dura; a quell’ora, invece, nel buio ormai disteso della sera, era fatta di linee luminose, fumi sottili, finestre accese, piattaforme che si muovevano lente e segnali che correvano da un livello all’altro come impulsi nervosi. Non aveva smesso di lavorare. Aveva solo cambiato ritmo.

Zena appoggiò la custodia della chitarra contro la parete e si tolse la tracolla dalla spalla con un piccolo movimento di sollievo. Per un po’ non disse nulla. Sembrava meno irritata di prima, o forse soltanto più stanca. Il concerto le aveva lasciato addosso una specie di tensione residua, come se una parte di lei fosse rimasta sul palco, nell’ultimo suono che non aveva voluto chiudersi. Anesh si avvicinò alla ringhiera e guardò oltre la città.

Più in basso, molto oltre i livelli abitati e i pendii artificiali, la montagna cominciava a scendere verso terre più scure. Le strade diventavano fili, le torri si abbassavano, le luci si diradavano fino a confondersi con piccoli centri sparsi nella distanza. Poi, dopo una zona d’ombra che Anesh non seppe misurare, c’era il mare.

Non lo aveva visto entrando a Yantra. La città lo aveva assorbito prima che potesse accorgersi di quanto in alto fosse salito. Ora invece il mare appariva lontano e quasi immobile, una superficie scura sotto il cielo più chiaro, attraversata da riflessi deboli che non sembravano appartenere né alle stelle né alla costa. Non faceva rumore, da lì. Era troppo distante. E proprio per questo pareva più grande.

Zena raggiunse la ringhiera, ma non si mise accanto a lui. Rimase un poco più indietro, con le mani infilate nelle tasche della giacca e lo sguardo rivolto verso la linea nera dell’acqua.

«Da piccola lo vedevo diverso» disse.

Anesh non rispose subito. La frase non sembrava chiedere qualcosa.

«In Iridia?» domandò dopo un momento.

Zena voltò appena la testa verso di lui. «Chi te l’ha detto?»

«Hai il cognome di tua madre?»

Lei parve sorpresa, ma non abbastanza da offendersi. «Ardei. Sì. È iridiano.»

Poi tornò a guardare il mare.

«Mia madre diceva che a Yantra il mare lo guardano sempre da troppo in alto. Come se fosse una superficie da misurare, una distanza da attraversare, una risorsa da proteggere o una rotta da controllare. In Iridia, almeno dove vivevamo noi per qualche mese all’anno, non lo guardavi così. Ti arrivava addosso prima ancora che tu decidessi di osservarlo. Entrava nelle case con il sale, nei capelli, nei tessuti, nelle cose lasciate ad asciugare. Anche quando non lo vedevi, lo sentivi. Non doveva fare niente per occupare spazio.»

Anesh sorrise piano.

Zena se ne accorse. «Che c’è?»

«Niente.»

«Non era una faccia da niente.»

«Sembrava una domanda di Altaluna.»

Lei lo fissò per un istante, indecisa se prenderla come un’offesa. «Non ho fatto una domanda.»

«Non ancora.»

Il vento passò tra loro, leggero ma freddo. Sotto, da un livello della città, arrivò il suono lontano di un carico agganciato male e subito corretto, seguito da una voce metallica che annunciava una procedura. Zena appoggiò gli avambracci alla ringhiera. La rete sottile vibrò contro il peso.

«Cosa fa il mare?» disse.

La domanda rimase lì, più piccola di quanto Anesh si sarebbe aspettato. Non aveva il tono di una frase preparata, né quello di una provocazione. Sembrava quasi uscita per errore, approfittando di un momento in cui Zena aveva abbassato la guardia.

Anesh guardò il mare, poi la città.

«Secondo Yantra?»

«Secondo te.»

Lui tacque. Avrebbe potuto rispondere come ad Altaluna, aprendo la domanda, spostandola, lasciando che generasse altre domande. Ma con Zena non gli venne naturale farlo. Lei aveva appena suonato davanti a una città che pretendeva risposte senza bisogno di dirlo, e quella domanda, pronunciata così, pareva già abbastanza esposta.

«Si muove» disse.

«Anche una ruota si muove.»

«Respira.»

«Anche un compressore.»

«Consuma le coste.»

«Anche le macchine consumano quello che toccano.»

Anesh sorrise di nuovo, questa volta senza nasconderlo. «Allora non lo so.»

Zena rimase a lungo in silenzio, come se quella fosse l’unica risposta che non le dava fastidio.

«A Yantra una cosa è più tranquilla quando sai dire che cosa fa» disse poi. «Non in modo stupido. Non perché qualcuno lo imponga con un cartello. È che, se sai cosa fa, sai come averne cura, come usarla, come non fartene distruggere. Una macchina, un ponte, una squadra, un corpo. Anche una canzone, forse.»

«E il mare?»

Lei guardò la linea scura in lontananza. «Il mare rovina la frase.»

Anesh non commentò. Il piccolo contenitore di vimini era quieto contro il suo fianco. Dopo il locale, dopo la musica, quella quiete sembrava più densa di prima, come se Ku stesse ascoltando qualcosa che arrivava da molto lontano.

Zena si staccò dalla ringhiera e si sedette sul bordo basso di una cassetta tecnica, tirando la custodia della chitarra più vicino a sé con un piede. Il gesto riportò lo sguardo di Anesh sullo strumento.

«Suoni da molto?» chiese.

«Abbastanza da sapere quando non ho studiato abbastanza.»

«Non sembrava.»

«Da sotto molte cose non sembrano.»

«Io ero abbastanza vicino.»

«Eri abbastanza nuovo.»

Anesh abbassò gli occhi e sorrise. La custodia della chitarra era consumata in alcuni punti, soprattutto vicino alla maniglia. Non era vecchia come quella che suo padre gli aveva costruito, ma non aveva nemmeno l’aria di un oggetto tenuto solo per dovere. La superficie portava piccoli segni, riparazioni, graffi, etichette rimosse. Uno strumento che viaggiava dentro una città precisa finiva comunque per raccogliere disordine.

Zena lo guardò.

«Tu hai quella faccia di nuovo.»

«Quale?»

«Quella di chi sa qualcosa e sta decidendo se nasconderlo male.»

Anesh avrebbe voluto dire che non era vero. Poi pensò al palco, alla chitarra di Zena, al modo in cui il bassista aveva seguito una direzione che forse non aveva scelto del tutto, e si sentì improvvisamente ridicolo. Non perché avesse suonato anche lui, ma perché dirlo adesso sembrava trasformare una cosa sua in un confronto che non poteva reggere.

«Suonavo un po’» disse.

Zena non rispose subito.

«Chitarra?»

Anesh annuì.

Lei lo osservò con un’attenzione diversa da quella dell’officina. Là cercava guasti, ritardi, instabilità. Adesso sembrava cercare il punto esatto in cui lui aveva provato a rendersi più piccolo.

«Un po’ quanto?»

«Poco.»

«Poco è una misura che usano quelli che non vogliono essere misurati.»

«O quelli che hanno appena ascoltato qualcuno suonare molto meglio.»

Zena distolse lo sguardo per prima. Non arrossì, non sorrise davvero, ma il vento le mosse i capelli sul viso e per un momento sembrò più giovane della sicurezza con cui aveva attraversato l’officina.

«Dove l’hai imparata?» chiese.

Anesh si appoggiò alla ringhiera con entrambe le mani. Il metallo era freddo. Guardò la città, poi il mare, poi un punto intermedio dove le luci di Yantra non arrivavano più e la costa non era ancora cominciata.

«Da mio padre.»

Zena non fece domande. Fu questo, forse, a permettergli di continuare.

«Veniva da Ekud. Non da qui. Dalla zona a est, dove le colline sono più basse. Diceva che il legno da quelle parti non cresceva più buono, solo più disposto ad ascoltare.»

«È una frase da artigiano o da Altaluna?»

«Da lui.»

Zena accettò la correzione senza commentare.

«Quando ho compiuto dodici anni mi diede una chitarra. L’aveva costruita di nascosto. Non era perfetta. O forse lo era nel modo in cui sanno esserlo le cose fatte per una persona precisa. C’erano punti in cui il legno non aveva voluto seguire del tutto la forma, e lui li aveva lasciati così, solo corretti abbastanza perché lo strumento tenesse. Me la mise in mano come se stesse consegnando qualcosa di molto fragile, ma non parlò subito. Aspettò che io la guardassi. Poi disse: “Non importa che tu diventi qualcuno. L’importante è che tu non smetta mai di ascoltare te stesso.”»

Le parole, una volta dette, sembrarono cambiare l’aria della terrazza più di quanto Anesh avesse previsto. Non erano solenni quando suo padre le aveva pronunciate. O forse lui, a dodici anni, non aveva saputo sentirne la solennità. Gli erano sembrate parole buone, un po’ strane, forse troppo grandi per un regalo. Ora, dette sopra Yantra, davanti al mare lontano, accanto a una ragazza che viveva in una città dove ogni cosa veniva chiamata a diventare profilo, gli parvero venire da un tempo che non aveva ancora finito di raggiungerlo.

Zena non disse che era bello. Non disse che capiva. Guardò solo la custodia della propria chitarra, poi quella linea di mare lontana che non faceva nulla, almeno nulla che da lì potesse essere misurato.

«E dov’è adesso?» chiese.

Anesh sentì la domanda arrivare prima ancora di volerle rispondere.

«L’ho lasciata.»

Zena si voltò verso di lui.

«L’hai lasciata?»

«Nella grotta.»

«Che grotta?»

Il vento si infilò sotto la giacca di Anesh. Da qualche parte sotto di loro, la città continuava a muoversi, ma la terrazza sembrava essersi allontanata di qualche passo dal suo ritmo. Il cestino di vimini restava immobile. Anesh vi appoggiò una mano sopra, non per impedirgli di muoversi, ma per sentire che era lì.

«È una storia lunga.»

Zena guardò il dispositivo al polso. La luce rossa era ancora presente, ma meno urgente di prima. O forse era lei a guardarla con minore obbedienza.

«Il Nerek sta ancora raffreddando» disse.

Anesh non capì subito se fosse un’informazione tecnica o un permesso.

Lei tornò a sedersi sulla cassetta, con la chitarra appoggiata accanto al ginocchio. Non lo invitò a parlare. Non ce n’era bisogno.

Anesh guardò il mare ancora una volta.

Poi cominciò dalla grotta.