Anesh non cominciò subito.

Rimase con le mani appoggiate alla ringhiera, guardando il punto in cui le luci più basse di Yantra si dissolvevano nella distanza e la costa diventava soltanto una fascia scura, senza particolari. Da lassù il mare sembrava vicino e irraggiungibile nello stesso tempo. Zena non gli mise fretta. Si era seduta sulla cassetta tecnica con la custodia della chitarra accanto alla gamba, una mano posata sul bordo come se fosse ancora sul palco e lo strumento potesse chiamarla da un momento all’altro. Il dispositivo al polso mandò un piccolo lampo rosso, poi si spense di nuovo. Lei lo guardò appena.

«La grotta non era lontana da casa» disse Anesh, infine. «O forse era lontana da tutto il resto e vicina solo perché la conoscevo.»

Zena non lo interruppe.

«Da bambino ci andavo qualche volta con mio padre. Non spesso. Lui diceva che un posto dove il suono cambia non va consumato. La chiamava così: un posto dove il suono cambia. Non so se avesse un nome vero. Forse sì, ma io ho sempre ricordato solo quello.»

Parlava piano, non per paura di essere ascoltato, ma perché la grotta, una volta evocata, sembrava chiedere un’altra misura della voce. Sotto di loro Yantra continuava a muoversi, con i suoi ascensori, i suoi ponti, le sue luci che non restavano mai ferme; ma la terrazza, appoggiata al fianco del Monte Uruk, aveva cominciato ad appartenere a un ritmo più lento. Anche Zena, che fino a poco prima pareva sempre sul punto di alzarsi, ora non si muoveva.

«Quando la guerra arrivò ad Altaluna, non arrivò tutta insieme. Per questo all’inizio sembrò possibile capirla. Prima furono notizie, poi mappe, poi strade chiuse, poi persone che non passavano più dagli stessi luoghi. La Lega Australe e l’Alleanza del Nord erano parole che gli adulti pronunciavano come se indicassero due cieli diversi, e invece a un certo punto erano entrate nelle case, nei depositi, nei mercati, perfino nelle famiglie. Altaluna non sapeva più da che parte guardare. O forse lo sapeva troppo bene, ma in direzioni opposte.»

Zena abbassò gli occhi. Non disse nulla. Il volto di Kemet, visto poco prima sugli schermi della città, sembrò passare tra loro senza bisogno di essere nominato.

«Io non capivo tutto» continuò Anesh. «Non credo che volessi capire tutto. Sapevo soltanto che le persone cominciavano a chiedersi cose diverse quando pronunciavano gli stessi nomi. Vicini che avevano condiviso acqua e lavoro smettevano di sedersi allo stesso tavolo. Alcuni partivano. Alcuni tornavano cambiati. Alcuni non tornavano. Poi un giorno non ci fu più molto da interpretare.»

Si fermò.

Zena aspettò, ma questa volta non per discrezione soltanto. Era l’attesa di chi sa che certe frasi, se vengono tirate fuori troppo presto, si rompono.

«Rimasi senza casa» disse lui. «E senza famiglia.»

La frase cadde nella terrazza senza eco. Anesh non aggiunse nomi, né date, né immagini. Non disse se sua madre fosse morta prima o dopo, se suo padre fosse stato portato via, se lui avesse visto qualcosa o fosse arrivato troppo tardi. Zena non glielo chiese. Forse perché aveva capito che quella parte non era ancora racconto, ma solo un bordo.

«All’inizio mi nascosi dove capitava. Fienili, muri crollati, stanze vuote, una cisterna asciutta. Poi tornai alla grotta. Non perché avessi deciso qualcosa. Ci arrivai una sera quasi senza accorgermene, con le mani graffiate e la gola piena di polvere. Avevo portato con me poche cose, male. Del cibo che finì subito, una coperta, un coltello, una corda. La chitarra di mio padre. Quella non so nemmeno come riuscii a portarla.»

«E restasti lì.»

Anesh annuì.

«Per quanto?»

«Non lo so con precisione.»

Zena quasi sorrise, ma il sorriso non arrivò. «Risposta poco utile.»

«Lo so.»

«Però vera.»

Lui la guardò. C’era qualcosa di strano nel sentirle dire quella parola. Vera. Non compatibile, non provvisoria, non dichiarata. Vera. Poi tornò verso il buio della costa.

«Nella grotta il tempo non passava come fuori. All’inizio dormivo molto, poi pochissimo. Uscivo quando serviva, prendevo acqua, cercavo legna, evitavo i sentieri. C’erano giorni in cui non vedevo nessuno. Altri in cui sentivo passare mezzi lontani e restavo fermo finché il rumore non spariva. Avevo paura, ma non sempre. La paura, dopo un po’, diventa un modo di misurare le cose. Ti dice quanto puoi allontanarti, quanto devi aspettare prima di accendere il fuoco, quanto rumore fa un piede su una pietra asciutta.»

Zena ascoltava con le mani raccolte tra le ginocchia. La custodia della chitarra proiettava un’ombra lunga accanto a lei.

«Suonavi?»

Anesh lasciò passare un poco di tempo prima di rispondere.

«Sì. Piano. Non sempre. Ci furono giorni in cui non riuscivo neanche a guardarla. Altri in cui la tenevo sulle gambe senza suonare, solo per ricordarmi il peso. Mio padre aveva lasciato alcune imperfezioni nel legno. Quando passavo le dita lì, mi sembrava di toccare ancora il suo modo di pensare. Non so se questo ha senso.»

Zena guardò la propria custodia, poi di nuovo lui. «Sì.»

Anesh non le chiese in che modo.

«Disegnavo anche» disse. «Con il carbone. All’inizio solo segni per ricordare le giornate, il livello dell’acqua, le direzioni dei rumori. Poi mappe. Poi mappe che non servivano più a trovare posti. C’erano linee del cielo, crepe della roccia, posizioni della luna, percorsi che non avevo fatto. A volte la grotta sembrava più grande dentro che fuori. Non perché lo fosse davvero. Perché ogni parete cominciava a contenere un pezzo di tempo.»

«E la chitarra l’hai lasciata lì.»

La domanda non aveva il tono di un’accusa, ma Anesh vi sentì comunque una pressione. Forse perché se la rivolgeva da molto prima che Zena la pronunciasse.

«Sì.»

«Nascosta?»

«In una cavità laterale, dove l’acqua non arriva. L’ho avvolta nella coperta migliore che avevo. Poi ho chiuso l’ingresso con pietre leggere, non troppe, abbastanza perché non si vedesse subito. Ho lasciato un segno sulla parete, ma piccolo.»

«Per tornare.»

Anesh non rispose immediatamente.

«Forse. O per non farle vedere che me ne andavo.»

Zena piegò appena la testa. «A lei?»

«Alla chitarra. A mio padre. Non lo so.»

Il vento mosse la rete metallica della terrazza. Per un momento il suono somigliò a corde sfiorate male. Anesh lo sentì e abbassò gli occhi.

«Non potevo portarla. Non davvero. Non in quel viaggio. Non sapevo nemmeno se sarei arrivato al giorno dopo. E poi…» Cercò le parole, ma gli parvero tutte troppo ordinate. «Se l’avessi portata, avrei dovuto essere ancora il ragazzo a cui lui l’aveva data. Io non ero più sicuro di esserlo.»

Zena rimase in silenzio. Questa volta non c’era nessuna battuta pronta, nessuna procedura da usare per passare oltre.

«La luce di Kangen venne dopo?» chiese infine.

Anesh annuì, ma il gesto era esitante. «Dopo. O almeno, nella memoria è dopo. In quel periodo le cose non stavano sempre nel loro ordine.»

«Che cosa hai visto?»

«Non il cratere. Non ero lì. E non ci andai.»

Quella precisazione gli uscì più netta delle altre, come se dovesse correggere una storia che qualcuno, prima o poi, avrebbe raccontato male.

«Ero vicino all’ingresso della grotta. Non ricordo perché fossi sveglio. Forse per il vento. Forse perché quella notte non riuscivo a dormire. Il cielo verso Kangen si aprì di luce. Non come un fulmine. Non era una cosa sola e non era nemmeno molte cose separate. Sembrò dividersi mentre cadeva, ma in modo troppo rapido perché gli occhi potessero tenere tutto. Alcune tracce più grandi, altre più sottili. Per un istante la montagna davanti alla grotta ebbe ombre in direzioni diverse.»

Zena lo ascoltava immobile.

«Poi arrivò il rumore. Tardi. Molto più tardi di quanto mi aspettassi. Prima vidi la luce, poi sentii il corpo della terra accorgersene.»

«Il corpo della terra.»

«Sì.»

Lei non lo corresse.

«Dopo ci fu silenzio. Non subito. Prima cani, uccelli, pietre che cadevano, forse voci lontane. Poi, a un certo punto, tutto sembrò fermarsi. Anche io. Restai all’ingresso della grotta fino a quando il cielo tornò scuro. Non so quanto. Forse poco. Forse quasi tutta la notte.»

«Andasti a vedere?»

«No.»

«Per paura?»

Anesh guardò il mare. «Perché qualcosa mi disse che non era là che dovevo andare.»

Zena non chiese che cosa. Forse perché la risposta sarebbe stata troppo facile e troppo falsa.

«Ku arrivò dopo.»

La prima volta che pronunciò quel nome davanti a lei, lo fece senza prepararlo. Uscì come se fosse già stato detto, come se Zena, in qualche modo, avesse sempre saputo che dentro il cestino non c’era soltanto un contenuto non determinato.

Lei abbassò lo sguardo verso il vimini.

«Ku.»

Anesh appoggiò una mano sul piccolo contenitore.

«La trovai vicino al fuoco. O forse fu lei a trovare il fuoco. Non lo so. La mattina dopo la luce, o quella dopo ancora. C’era molto freddo nella grotta. Io avevo acceso un fuoco piccolo, più fumo che fiamma. A un certo punto vidi qualcosa muoversi dove la pietra diventava più chiara. Pensai a una foglia portata dentro dal vento. Poi si mosse di nuovo.»

«Una farfalla.»

Anesh non si voltò verso di lei. «Sì.»

La parola rimase tra loro con una fragilità quasi imbarazzante. Dopo il Nerek LG51, i pannelli di Yantra, la guerra sugli schermi, Kemet, il concerto, la terrazza e il mare, dire “una farfalla” sembrava ridicolo. Troppo poco. Troppo debole per reggere tutto ciò che le era stato messo intorno.

Zena però non rise.

«Era ferita?»

«No. O almeno non come avrebbe dovuto. Faceva freddo, non c’erano fiori, non c’era niente per lei. Eppure era lì. Si avvicinò al fuoco, ma non troppo. Restò su una pietra, con le ali chiuse. Io non la toccai. Pensai che sarebbe morta.»

«E invece.»

«E invece il giorno dopo era ancora lì.»

Anesh sentì il cestino muoversi appena sotto la sua mano. Questa volta Zena lo vide. Non disse nulla, ma non distolse lo sguardo.

«All’inizio non la chiamavo Ku. Non la chiamavo in nessun modo. Non volevo darle un nome. Dare un nome a una cosa vuol dire cominciare a restarci. Ma lei restava comunque. Se uscivo, la trovavo più vicino all’ingresso. Se mi sedevo accanto al fuoco, dopo un po’ era su una pietra poco distante. Non cercava cibo da me. Non chiedeva niente. A volte spariva per ore e pensavo che non sarebbe tornata. Poi la vedevo dove non mi aspettavo, immobile, come se fosse stata lì da sempre.»

«E allora l’hai messa nel cestino?»

«No. Il cestino venne molto dopo. Prima abitavamo la grotta insieme.»

Zena abbassò gli occhi. “Abitavamo” era una parola strana per un ragazzo e una farfalla. Anesh se ne accorse, ma non la ritirò.

«Non so quando cominciai a sentirla davvero. Non era come parlare. Non era nemmeno capire. Era più vicino a quando in una stanza qualcuno smette di muoversi e tu senti comunque che c’è. La grotta cambiò. Non perché lei facesse qualcosa. Perché la sua presenza impediva a certe cose di chiudersi del tutto.»

«Quali cose?»

Anesh cercò una risposta, ma non la trovò subito.

«Io.»

Zena guardò il mare.

Sotto la terrazza, una linea di carico si mosse lungo un binario esterno, portando verso l’alto tre contenitori agganciati. Le loro luci rosse passarono una dopo l’altra contro la parete rocciosa e poi scomparvero dietro una torre. Quando il rumore si spense, il silenzio della terrazza sembrò più vasto.

«Per un po’ restammo così» disse Anesh. «Io uscivo quando dovevo, tornavo, accendevo il fuoco, disegnavo, riparavo cose che non servivano, suonavo piano. Lei stava nei punti caldi della pietra, o vicino all’ingresso, o dove la luce arrivava per poco. Non c’era un viaggio. Non c’era una direzione. C’era solo un modo di non sparire.»

«Poi?»

Anesh guardò il cestino. La sua mano era ancora appoggiata sopra, ma più leggera.

«Poi cominciò a guardare fuori.»

Zena non disse nulla.

«All’inizio pensai che volesse uscire. Aprivo più spesso, lasciavo l’ingresso libero. Lei usciva, a volte, ma non andava via. Si posava su una pietra davanti alla grotta e restava rivolta verso l’orizzonte. Non verso il bosco, non verso l’acqua, non verso i sentieri. Verso lontano. Poteva rimanere così per moltissimo tempo. Troppo, per una cosa così fragile.»

«Sempre nella stessa direzione?»

«Non sempre. O forse sì, ma io non sapevo leggerla. All’inizio mi sembrava solo inquieta. Poi cominciai ad accorgermi che, quando rientrava, la grotta mi sembrava più piccola.»

La frase gli uscì con fatica, ma una volta detta gli parve esatta.

«Più piccola?»

«Sì. Non meno sicura. Solo più piccola. Come se il posto che mi aveva salvato stesse diventando il posto che mi tratteneva.»

Zena si chinò appena in avanti. Non lo incalzò. Attese.

«Resistetti» disse Anesh. «Per giorni. Forse settimane. Le dicevo che fuori non c’era niente. Che non sapevo dove andare. Che non avevo più nessuno. Che la guerra non era finita solo perché noi stavamo in silenzio. Lei non rispondeva. Continuava a stare all’ingresso. A volte, quando tornavo con l’acqua, la trovavo già rivolta verso l’orizzonte, come se mi stesse aspettando lì invece che dentro.»

«E tu l’hai seguita.»

«Non subito.»

«Ma alla fine sì.»

Anesh annuì.

«Sì.»

Non aggiunse spiegazioni. Forse perché non ce n’erano. O forse perché, dopo aver detto tutto il resto, la partenza era la cosa più semplice: un mattino, o una sera, aveva guardato la chitarra, il fuoco spento, i segni sulle pareti, il piccolo corpo di Ku vicino all’ingresso, e aveva capito che restare sarebbe stato più difficile che andare. Aveva nascosto lo strumento di suo padre nella cavità asciutta, aveva chiuso con pietre leggere, aveva preso il cestino di vimini intrecciato nei giorni precedenti con fibre raccolte nei pendii bassi, e aveva aspettato che Ku vi entrasse da sola. Lei non era entrata subito. Aveva volato un cerchio breve, incerto, poi si era posata sul bordo. Solo dopo, come se accettasse una forma provvisoria di riparo, era scesa all’interno.

Questo Anesh non lo raccontò tutto. Non in quel momento. Ma una parte passò comunque nella pausa.

Zena sembrò sentirla.

«E il Nerek?»

«Lo trovai più in basso. O fu lui a trovare me. Era fermo vicino a una strada di servizio, senza guida. Aveva luci deboli, ma il portello laterale era aperto. Non sapevo dove andasse.»

«E ci sei salito.»

«Ku era già rivolta verso quella strada.»

Zena abbassò lo sguardo sul cestino. La frase non spiegava nulla, ma ormai nessuno dei due sembrava aspettarsi una spiegazione migliore.

Il vento aumentò per qualche secondo, premendo contro la rete metallica della terrazza. Anesh sentì il vimini vibrare sotto la mano. Non era il movimento interno di Ku, non ancora. Era il vento che cercava di entrare tra le fibre e non trovava spazio.

«Quindi sei arrivato qui seguendo una farfalla» disse Zena.

Anesh aspettò il tono ironico, ma non arrivò.

«Sì.»

«E hai lasciato in una grotta l’unica cosa che tuo padre ti aveva costruito.»

«Sì.»

«Per andare dove?»

Anesh guardò il mare lontano.

La risposta avrebbe dovuto essere “non lo so”. L’aveva detta tante volte quel giorno che ormai poteva sembrare una difesa. Invece, davanti alla linea scura dell’acqua, dopo il concerto e dopo la domanda di Zena, quelle parole non gli bastarono più.

«Non lo sapevo» disse.

Zena seguì il suo sguardo.

«E adesso?»

Il cestino di vimini rimase immobile tra la mano di Anesh e il vento.

«Adesso credo che non fosse Yantra.»

Per la prima volta da quando erano saliti sulla terrazza, Zena si alzò. Non di scatto. Lentamente, come se una parte del racconto avesse spostato anche lei, senza chiederle il permesso. Si avvicinò alla ringhiera e guardò il mare.

«Vuoi vedere se guarda ancora?»

Anesh capì subito che cosa intendeva. Il cestino sotto la sua mano sembrò diventare più fragile, quasi troppo piccolo per ciò che conteneva.

«Qui c’è vento.»

«Lo so.»

«È una farfalla.»

«Lo so anche questo, adesso.»

Zena non aggiunse altro. Non disse che sarebbe stata attenta, non promise che non sarebbe successo nulla, non trasformò quel momento in un esperimento. Rimase accanto a lui, con le mani appoggiate alla ringhiera, e aspettò.

Anesh guardò il mare, poi il piccolo contenitore di vimini.

Ku non si muoveva.

O forse stava già ascoltando.