La scrittura del kudamafpazan — non è un alfabeto disegnato ma un tracciato continuo. Chi la guarda per la prima volta non vede una fila di lettere separate: vede una linea orizzontale ininterrotta, con aste verticali, gradini e punti che salgono e scendono da entrambe le parti. L’impressione è quella di un disegno tecnico o di un profilo di macchina, e l’impressione è corretta: la pazan è nata sul banco da disegno delle officine del Rasha, dove le quote si annotavano lungo la stessa banda a tre linee che serviva a tracciare i profili.

Una frase intera: quattro parole in diciassette celle, senza mai staccare la penna.

Il nastro

Ogni lettera occupa una cella di larghezza fissa, attraversata a metà da una linea orizzontale continua. Sopra e sotto quella linea la lettera dispone i propri tratti: aste verticali a sinistra o a destra, segmenti alti o bassi, un punto. Le celle si susseguono senza interruzione e le parole non si staccano: fra una parola e l’altra non c’è spazio, solo un trattino sottile posato sulla prima orizzontale della lettera iniziale. Il testo è un nastro solo, dall’inizio alla fine della riga.

Tutto quello che una cella mette a disposizione: tre linee orizzontali, quattro mezze aste sui bordi, due posizioni per il punto. Ogni lettera è una scelta dentro questo inventario.

Non esistono maiuscole né segni diacritici, e nulla si scrive che non si pronunci. Le pause, la virgola delle subordinate e le cifre non fanno eccezione al nastro: occupano celle come le lettere, e sono descritte in Punteggiatura e Cifre.

Le diciotto lettere

Le vocali si riconoscono dal punto, che le consonanti non hanno mai: a lo porta due volte, e solo in alto, u solo in basso. Le consonanti si distinguono per quali linee occupano e da che parte scendono le aste. Il riquadro chiaro attorno a ogni segno è la cella, e non si disegna: serve qui solo a far vedere dove il tratto cade.

Le tre vocali e le quindici consonanti. Il digramma sh vale una consonante sola e occupa una cella singola.

L’asta condivisa

La scelta del nastro continuo ha un prezzo, ed è il problema centrale della calligrafia. Sul confine fra due celle l’asta verticale è condivisa: che la disegni la lettera di sinistra o quella di destra, esce lo stesso segno.

Il disegno da solo non dice dove finisce una lettera e comincia l’altra.

Nella grande maggioranza dei casi non importa, perché una sola delle due letture è ammessa dalla fonotattica. Ma sette configurazioni risultavano identiche a due a due, e quattro di esse erano composte da coppie entrambe lecite.

La riforma non toccò l’alfabeto — ridisegnare le lettere sarebbe costato quasi tutte le quindici consonanti — ma la lingua: dentro le parole fu vietato il membro meno usato di ciascuna coppia, e le voci del registro che lo contenevano furono rifatte.

Il trattino di separazione

Il divieto risolve l’ambiguità dentro le parole, ma non fra parole diverse, che nel nastro continuo si toccano esattamente come due lettere. Qui interviene un segno dedicato: un trattino obliquo, dello stesso spessore del trattino di parola e lungo poco più di metà cella, collocato nel punto in cui la lettera che si attacca si diparte dall’asta.

La scelta del punto non è convenzionale ma automatica: è sempre l’unico incrocio in cui confluiscono tre o quattro linee. L’altra lettura della stessa coppia ha la lettera attaccata in due punti, e resta quindi nuda. Chi legge non deve ricordare una regola: deve solo vedere se il trattino c’è.

Le sette configurazioni che lo richiedono sono queste, ciascuna accanto alla lettura concorrente che il trattino serve a escludere:

A sinistra la lettura lecita, con il trattino evidenziato; a destra lo stesso disegno senza, cioè l’altra lettura.

coppiatrattino
r | dobliquo ascendente, a metà
v | tobliquo discendente, a metà
l | tobliquo discendente, a metà
f | dobliquo ascendente, a metà
sh | bobliquo discendente, in alto
sh | pobliquo ascendente, in basso
z | shascendente in alto e discendente in basso

L’ultima è l’unica che porta due trattini. Nel lessico registrato il caso si presenta in meno dello 0,4% dei contatti fra lettere: è un segno raro, e serve proprio perché raro.