Il kudamaf è la lingua della nazione di Kudamef, che occupa la parte meridionale dell’isola di Solaria. I due nomi vengono dalla stessa radice, kudam, tecnica: -ef indica il territorio, -af la lingua e deriva a sua volta da afar, lingua. Le fonti terrestri usano invece gli esonimi Theknus e theknusiano; per la distinzione fra i due livelli di denominazione si veda Esonimi ed endonimi.
*L’iscrizione sull’architrave del Foro delle Arti Tecniche di Kena
A Kudamef una lingua è considerata un manufatto, e a un manufatto si chiedono le stesse cose che si chiedono a una macchina ovvero che funzioni sempre allo stesso modo, che si possa smontare e che non abbia parti inutili. Da qui discende tutto il resto: tre sole vocali, pochi elementi, nessun verbo irregolare, una struttura grafica solida e continua.
Nota
Il lessico completo, un traduttore dall’italiano e un visualizzatore che mostra qualunque testo in kudamaf si trovano nell’applicazione della lingua.
Storia
La lingua delle officine
Le forme più antiche del kudamaf appartengono agli insediamenti sorti lungo il fiume Rasha, quando la conca ai piedi del Monte Uruk non era ancora una città ma una successione di mulini, ruote e fucine. Di quella fase restano soprattutto radici brevi e concrete, legate al lavoro e alla materia: rash, la forza che passa attraverso qualcosa e lo modifica; ken, la macchina; uklan, variante arcaica di kudam, da cui il nome antico del paese, Uklanef.
Era una lingua parlata, non scritta, e nelle attestazioni indirette appare molto meno regolare di quella odierna: conosceva forme irregolari, un plurale, tracce di accordo (corrispondenza grammaticale di genere, numero, persona o caso tra parole collegate). Nulla di ciò che oggi caratterizza il kudamaf era ancora al suo posto.
Dal disegno alla scrittura
La scrittura non nasce da un’esigenza letteraria ma dal banco da disegno. Nelle officine del Rasha le quote e le istruzioni venivano annotate lungo una banda rigata a tre linee, la stessa che serviva a tracciare i profili: una linea alta, una mediana, una bassa. Le parole scritte su quella banda presero la forma degli oggetti disegnati accanto — segmenti retti, aste verticali, nessuna curva — e ne ereditarono la continuità.
È a questa origine che si fa risalire l’inventario dei suoni. Ad esempio nella cella il punto ha tre stati possibili — in alto, in basso, entrambi — e le vocali sono esattamente tre. Se sia stata la scrittura a ridurre le vocali o le vocali a suggerire il punto è questione discussa da secoli; a Kudamef si risponde, con una certa soddisfazione, che la domanda non ha senso, perché lingua e scrittura sono lo stesso oggetto visto da due lati.
La Norma
Quando Kena divenne il centro tecnico dell’isola e il Foro delle Arti Tecniche cominciò a raccogliere progetti, misure e collaudi, la lingua passò da uso comune a strumento di documentazione. Il cambiamento fu profondo: un progetto che si legge in due modi è un progetto che si costruisce in due modi, e nelle officine questo ha conseguenze visibili.
Nacque così la vepum, la norma: l’insieme delle regole che il Foro dichiara valide per la lingua della documentazione, della misura e del progetto. Alla norma si accompagna il susel, il registro delle parole ammesse, custodito nel Distretto della Ricerca insieme ai disegni. Le forme irregolari superstiti furono ricondotte al meccanismo generale, il plurale abbandonato, gli accordi soppressi. Ciò che restò è la lingua che si descrive in queste pagine.
La riforma dei contatti
L’intervento più radicale non riguardò la grammatica ma l’incontro fra i suoni, e arrivò con la scrittura su lastra. Finché si tracciava a penna il lettore poteva farsi aiutare dalla mano di chi aveva scritto; inciso nel metallo, il nastro mostrò un difetto che a voce non si sentiva: sul confine fra due celle l’asta verticale appartiene a entrambe le lettere, e sette configurazioni risultavano identiche a due a due.
Il Foro non lo trattò come una particolarità ortografica da lasciare al contesto. Le combinazioni responsabili furono dichiarate inammissibili dentro le parole e le voci del registro che le contenevano vennero rifatte; per l’unico caso che nessun divieto poteva risolvere — l’incontro fra due parole diverse, che nel nastro continuo si toccano come due lettere — venne introdotto un segno apposito. Da allora nessuna sequenza ammessa dalla lingua può essere letta in due modi, e i divieti che ne risultano sono ancora oggi la parte più rigida della fonotattica.
Le ultime aggiunte
La scrittura si è completata per aggiunte successive, tutte nella stessa direzione: dare un posto dentro il nastro a ciò che prima stava fuori. La cella di pausa ha sostituito lo stacco lasciato alla discrezione del copista; la virgola ha reso visibile l’incastro delle subordinate; le cifre del sistema eptimale sono entrate nella stessa banda delle lettere, perché gli elenchi di misura si leggessero senza cambiare riga né strumento. Con la regola della riga, che impone a ogni riga lo stesso numero di celle, il sistema è considerato chiuso.
Fuori da Kena
Procedendo verso sud e verso la costa la lingua resta la stessa nella struttura ma cambia d’uso: meno terminologia tecnica, più lessico dell’agricoltura, del mare e della vita quotidiana. La grammatica, non avendo accordi né declinazioni, non offre appigli alla variazione: si può cambiare il lessico, non l’ossatura.
A oriente, avvicinandosi al confine con Iridia, il quadro si increspa. Le varietà parlate in quella fascia hanno inflessioni più morbide: la pronuncia perde parte della nettezza consonantica della lingua del nord, e i contatti fra consonanti — proprio quelli che la norma sorveglia con maggiore cura — vi risultano attenuati.
Queste varietà non sono descritte in queste pagine, e non sono state normalizzate. La zona resta bianca, e lascia aperta una domanda che a Kena si preferisce non porre: una lingua fatta per non ammettere ambiguità confina, a est, con parlate che ne ammorbidiscono proprio i tratti più sorvegliati. Se la morbidezza sia una perdita, un adattamento o una risposta, nessuno lo ha stabilito.
