La scrittura del kudamaf — il pazan — non è un alfabeto disegnato ma un tracciato continuo. Chi la guarda per la prima volta non vede una fila di lettere separate: vede una linea orizzontale ininterrotta, con aste verticali, gradini e punti che salgono e scendono da entrambe le parti.

Nota

Il lessico completo, un traduttore dall’italiano e un visualizzatore che mostra qualunque testo in kudamaf si trovano nell’applicazione della lingua.

La cella base

Ogni lettera occupa una cella di larghezza fissa, attraversata a metà da una linea orizzontale continua. Sopra e sotto quella linea la lettera dispone i propri tratti: aste verticali a sinistra o a destra, segmenti alti o bassi, uno o due punti.

Tutto quello che una cella mette a disposizione: tre linee orizzontali, quattro mezze aste sui bordi, due posizioni per il punto. Ogni lettera è una configurazione all’interno di queste possibilità.

Non esistono maiuscole né segni diacritici, e nulla si scrive che non si pronunci. Anche la punteggiatura e le cifre occupano celle come le lettere, e sono descritte in Punteggiatura e Cifre.

L’alfabeto

Le vocali si riconoscono dall’uso del punto, che le consonanti non hanno mai: la a lo presenta due volte, la e solo in alto e la u solo in basso.

Le consonanti si distinguono per quali linee occupano e da che parte scendono le aste. Nel diagramma seguente le linee chiare attorno ad ogni segno indicano la cella, e non si disegnano: servono qui solo a far vedere dove cade il tratto.

Le tre vocali e le quindici consonanti. Il digramma sh vale una consonante sola e occupa una cella singola.

Il trattino di inizio parola

Nel pazan le celle si susseguono senza interruzione e fra una parola e l’altra non c’è spazio, solo un trattino sottile posato sulla prima orizzontale della lettera iniziale.

Gli elementi della frase sono separati da tre piccoli tratti verticali posizionati sulla prima lettera della seconda, terza e quarta parola.

Il trattino di separazione

Uno dei problemi della calligrafia del kudamaf è il fatto che alcune coppie di lettere si presentano nello stesso modo, poiché condividono l’asta verticale che si trova sul confine fra due celle:

Nel diagramma precedente la p possiede l’intera asta verticale centrale, mentre la l solo la metà bassa e la t solo la metà alta.

Per questo si introduce un segno dedicato: un trattino obliquo collocato nel punto di giunzione tra due lettere che condividono la stessa asta (nel diagramma seguente il trattino è presentato in un cerchio al solo scopo di evidenziarlo bene):

Nel caso delle ambiguità dovute a coppie che includono la lettera sh, il trattino si trova sempre su quest’ultima.

Il caso particolare della coppia z-sh, vietata dalla Fonotattica del linguaggio, ma possibile al confine tra due parole, è trattato con due trattini obliqui.

La riga

Nella scrittura del kudamaf ogni riga ha lo stesso numero di celle; un testo, aperto a qualunque pagina, si presenta come una griglia di rettangoli sovrapposti, tutti della stessa lunghezza.

Righe di uguale giustezza (larghezza assegnata alla riga di testo). Se un punto cade nell’ultima cella non crea alcun problema.

Le ragioni che vengono addotte sono tre, e sono le stesse che si sentono nelle officine di Theknus a proposito di qualunque manufatto: economia, perché non si spreca né il supporto né l’inchiostro; solidità, perché la compattezza rende la scrittura una struttura continua e ben serrata; architettura, perché a Theknus anche la scrittura deve apparire come qualcosa di costruito, ordinato e governato da una forma precisa.

Ritorno a capo

Tuttavia, se la giustezza è rigida, il testo deve piegarsi. E infatti, dovendo andare a capo a metà parola, si inserisce un tratto verticale, un’asta di margine, a fine riga. Va notato che il kudamaf non usa la sillabazione per dividere le parole: ogni parola è un tratto continuo e la fine della riga la taglia dove capita.

Se invece la parola finisce a fine riga, si inizia la successiva normalmente nella riga seguente.

la parola continua sottoun’asta verticale nel margine destro, centrata sulla mediana, lunga quanto una linea di cella
la riga finisce a fine parolanulla in coda: la riga successiva si apre con il normale trattino di inizio parola
È comunque possibile andare a capo anche a metà riga, per iniziare un nuovo capoverso.

Interlinea

Fra la banda di una riga e quella della riga seguente corre una semicella di bianco. Il passo di riga risulta così di tre semicelle: due per la banda delle lettere, una per lo stacco.

Il passo di riga. Nel bianco fra due nastri trovano posto anche due virgole affacciate.

Le cifre del sistema eptimale si scrivono in kudamaf, nelle stesse celle delle lettere, con l’aggiunta della riga superiore e inferiore.

Le cifre

I sette segni

I glifi fondamentali sono tre. Il due, il cinque e lo zero, che nasce dall’unione dei due. Le altre quattro cifre si ottengono da questi con una lineetta sospesa: sotto vale meno uno, sopra vale più uno. Il due e il cinque hanno entrambe le linee superiore e inferiore, per evitare che i numeri vengono confusi con le normali lettere.

Le sette cifre. I tre glifi puri portano entrambe le lineette; gli altri quattro una sola.

Il valore simbolico dei tre segni — la coppia speculare e la loro unione — è descritto in Sistema numerico.

La lineetta e la virgola

La lineetta corre alla stessa quota della virgola, appena fuori dalla banda, ed è lunga una cella come quella. La differenza sta tutta nell’attacco: la virgola è appesa a un’asta corta che scende dal bordo del nastro, mentre la lineetta numerica è sospesa, senza nulla che la colleghi alle lettere.

Da qui la regola di lettura: se la quarta linea è agganciata alle celle delle lettere è una virgola; se è sospesa è una cifra. Per la stessa ragione un numero non prende mai il trattino di inizio parola, che lo farebbe somigliare a una virgola. Dunque non esiste separatore fra il numero e le parole che lo circondano: il numero finisce dove finiscono le sue cifre.

I numeri di più cifre

Le cifre si scrivono una per cella, dalla più significativa, con la notazione posizionale in base 7.

*Tre numeri notevoli della cultura solariana: diciannove, trentasette e ottantaquattro.

La punteggiatura del kudamaf è ridotta a due segni: la cella di pausa, che chiude la frase, e la virgola, che apre una subordinata. Non esiste altro. Non ci sono virgolette, asterischi, parentesi, lineette, punti e virgola; non c’è un segno per il discorso diretto né uno per la citazione. Tutto ciò che nelle scritture terrestri si affida a una selva di segni, qui è affidato alla sintassi o al lessico.

La punteggiatura

La cella di pausa

La cella di pausa è una cella priva di linee orizzontali. Per questo non può essere confusa con una lettera, perché ogni lettera contiene almeno una linea orizzontale.

La cella di pausa può assumere forme diverse a seconda della funzione:

La fine della frase, cioè il punto, è indicata da una cella vuota

Il punto di esclamazione è indicato da un punto in basso, come nella u

Il punto di domanda è indicato da un punto in alto, come nella e

I puntini di sospensione sono indicati da due punti, come nella a

I punti usati per distinguere domanda, esclamazione e sospensione sono quindi presi in prestito dalle vocali.

La pausa occupa una cella, come tutte le lettere, e può occupare qualunque posizione della riga, compresa l’ultima.

La virgola

La virgola introduce un segno esterno alla cella delle lettere. Essa segna l’ingresso in una subordinata e si disegna come una lineetta posta appena sopra o sotto e unita a un’asta corta che parte dal bordo della cella.

Il lato su cui si sviluppa la virgola è dettato solo dalla lettera su cui si posa: sotto se quella lettera ha la linea bassa, sopra se non ce l’ha.

La virgola si trova sempre all’inizio di una parola, dunque talvolta i due segni si fondono, come nei primi due esempi del diagramma precedente.

Discorso diretto e citazione

Il discorso diretto non usa segni particolari, perché non ne ha bisogno. È introdotto da un verbo del dire e la virgola basta a separarlo dal resto della frase. Per esempio: Luca disse, domani parto.

Anche le citazioni non usano virgolette. Quando si vuole citare una parola, un nome, un titolo o una frase, lo si dichiara direttamente nel testo. Per esempio: la parola casa, il nome Marco, il titolo Il deserto dei Tartari, la frase domani parto.

Gli abitanti di Theknus evitano così le ambiguità affidandosi alle parole, invece che a segni grafici come le virgolette.