Per molto tempo la discesa non sembrò portare da nessuna parte.

Il modulo seguiva i tornanti dentro la montagna con una regolarità che finì per togliere ad Anesh la percezione della distanza. A volte il tracciato emergeva per pochi secondi dalla roccia e attraverso il vetro compariva una porzione di notte, qualche luce molto più in basso, poi di nuovo il buio e il riflesso dell’interno sul finestrino. Il cestino era appoggiato tra i suoi piedi. Ku non si era più mossa.

Provò a dormire, ma ogni volta che chiudeva gli occhi il corpo continuava a seguire la pendenza. Gli sembrava di precipitare lentamente, senza mai cadere davvero. Pensò a Zena, alla sala tecnica ormai centinaia di chilometri più indietro, e per un momento immaginò che fosse ancora lì accanto al pannello ad aspettare che qualcosa segnalasse il suo arrivo. Era assurdo. Probabilmente era già tornata in superficie, forse al Taval, forse da qualche altra parte della città. Yantra aveva già ricominciato a funzionare senza di lui.

Quando il modulo uscì definitivamente dalla montagna era ancora buio, ma il cielo non lo era più del tutto.

Davanti a lui si apriva una distesa di luci basse. Non aveva nulla della verticalità di Yantra. Nessuna parete abitata, nessun livello sospeso, nessuna linea luminosa che salisse verso l’alto. Tutto sembrava disposto orizzontalmente, schiacciato contro la costa: magazzini, rampe, depositi, gru ferme, vasche di carico. Più lontano, oltre una serie di strutture che non riusciva a distinguere, il cielo aveva un colore diverso.

Il mare.

Il modulo rallentò entrando in una stazione quasi vuota. Non c’erano passeggeri ad aspettare. Solo alcuni mezzi da carico, due uomini con tute impermeabili che trascinavano un contenitore su ruote e una donna seduta su una cassa, con le mani attorno a una tazza fumante. Le porte si aprirono.

Anesh scese. Per qualche secondo rimase immobile sulla piattaforma. Dopo ore di vibrazione, il pavimento fermo gli sembrò inclinato. Un colpo proveniente dal cestino gli fece abbassare lo sguardo.

«Adesso ti svegli.» Sollevò appena il coperchio. Ku era lì. Le ali ancora chiuse, le antenne in movimento. Non cercò di uscire.
«Anch’io.» Richiuse.

Seguì le indicazioni verso il porto. Non erano molte. A differenza di Yantra, nessuno sembrava avere interesse a spiegare a uno sconosciuto dove dovesse andare. I corridoi si aprivano direttamente sui piazzali e i piazzali su altri piazzali, separati da reti, container, officine già illuminate. L’aria diventava più umida a ogni svolta. C’era odore di carburante, sale, alghe e qualcosa che Anesh non riuscì subito a riconoscere. Lo capì quando raggiunse la prima banchina.

Pesce.

Cassette appena scaricate erano allineate lungo un capannone aperto. Alcune persone lavoravano quasi senza parlare, spostandole, pesandole, lavando il pavimento con getti d’acqua. Poco oltre, piccole imbarcazioni oscillavano contro i parabordi. Dietro di loro ce n’erano altre più grandi, con cabine alte, verricelli e reti raccolte a poppa.
Anesh si avvicinò a un uomo che stava arrotolando una cima.

«Cerco un’imbarcazione.»

L’uomo continuò a lavorare. «Ce ne sono parecchie.»

«Che vada verso ovest.»

Questa volta l’uomo alzò gli occhi. «Quanto a ovest?»

Anesh esitò. Aveva immaginato quella domanda molte volte durante la discesa e nessuna risposta gli sembrò improvvisamente sensata. «Verso Alma.»

L’uomo smise di arrotolare. Non rise. Fu questo a sorprendere Anesh. Lo guardò per qualche secondo, poi tornò alla cima. «Allora non cerchi un’imbarcazione.»

«Cosa cerco?»

«Non lo so.»

La cima finì dentro una cassetta. L’uomo la spinse con il piede sotto una tettoia. «Chi ti ha parlato di Alma?»

Anesh pensò a Legu. «Una persona che ci crede.»

L’uomo scosse appena la testa. «Quelli sono i peggiori.»

«Tu non ci credi?»

«Io credo al mare.» Indicò con il mento le barche.

«E il mare cosa dice?»

Questa volta l’uomo lo guardò come se la domanda gli fosse piaciuta meno delle precedenti. «Che dovresti tornare da dove sei venuto.»

Passò accanto ad Anesh e si allontanò lungo la banchina. Anesh rimase fermo.

Il cielo continuava a schiarire. Sul mare cominciavano a distinguersi alcune linee scure, imbarcazioni già fuori dal porto, e più lontano una fascia di nuvole basse che sembrava confondersi con l’orizzonte.

Riprese a camminare e provò altre tre volte. Alla prima, un uomo gli disse semplicemente di no prima ancora che terminasse la frase. Alla seconda, una donna gli chiese se avesse bevuto. Alla terza, nessuno rispose. Due marinai continuarono a sistemare una rete come se Anesh non fosse lì.

Cominciò a capire che il problema non era Alma. Era pronunciarne il nome.

Vicino all’estremità della banchina trovò un piccolo edificio con una tettoia di lamiera. Dentro servivano bevande calde e qualcosa da mangiare a chi stava partendo o era appena tornato. Non c’erano tavoli veri e propri, solo panche fissate alla parete e superfici di metallo abbastanza larghe da appoggiare una tazza.

Anesh prese qualcosa che aveva il sapore del caffè senza esserlo e si sedette. Davanti a lui, oltre il vetro appannato, il porto si stava riempiendo di movimento.

Un uomo sulla sessantina sedeva all’altra estremità della panca. Aveva una giacca impermeabile molto consumata sulle maniche e stava mangiando lentamente, guardando fuori.

«Non devi chiedere di Alma.»

Anesh si voltò. L’uomo non lo guardava. «L’ho capito.»

«No. Hai capito che non ti rispondono. È diverso.» Bevve. «Se chiedi di un posto, la gente pensa che tu voglia andarci. Alma non è un posto dove si va.»

«E cos’è?»

L’uomo finalmente si voltò verso di lui. Aveva occhi molto chiari, quasi dello stesso colore del cielo fuori. «Dove vuoi arrivare davvero?»

Anesh avrebbe potuto rispondere Alma. Avrebbe potuto dire l’Orizzonte del Molteplice, il silenzio, qualunque parola avesse raccolto durante il viaggio. Ma nessuna gli sembrò corretta. «Non lo so.»

L’uomo lo osservò ancora per un momento, poi tornò al piatto. Anesh abbassò lo sguardo verso il bordo della tazza e rimase così per qualche secondo, senza sapere bene cosa aggiungere. Poi disse: «Mi serve comunque una barca.»

«Questo è più facile.»

«Verso ovest.»

«Questo è meno facile.»

«Tu fin dove vai?»

L’uomo lasciò il cucchiaio nel piatto. «Più lontano di quanto sarebbe prudente.»

Un breve silenzio. Poi l’uomo indicò attraverso il vetro una barca ormeggiata alla terza banchina. Non era grande, ma neppure una delle piccole imbarcazioni costiere che Anesh aveva visto entrando. Aveva una cabina centrale, una struttura metallica a poppa e reti raccolte in grossi fasci scuri. La vernice dello scafo era consumata in molti punti. «Due giorni fuori. Forse tre.»

«Verso ovest?»

«Abbastanza.»

«Posso venire?»

«No.»

Anesh aspettò. L’uomo riprese il cucchiaio.

«Cosa devo fare perché quel no diventi forse?»

L’uomo si fermò di nuovo. Per la prima volta sorrise.

L’uomo finì di mangiare, si alzò e chiuse la giacca. «Partiamo quando quella gru comincia a muoversi.» Indicò una struttura all’altra estremità del porto. «Se sei sulla barca, decideremo cosa fare di te.»

«Quindi posso venire.»

«Non ho detto questo.»

Uscì. Anesh rimase seduto ancora qualche secondo, poi prese il cestino e lo seguì.

La barca si chiamava Frea. Il nome era scritto in caratteri piccoli sulla fiancata, quasi cancellati dalla salsedine.

A bordo c’erano quattro persone oltre all’uomo della locanda. Una donna che stava sistemando alcune cassette si voltò quando vide salire Anesh e guardò l’uomo con aria interrogativa.

«Abbiamo un passeggero?»

«Per ora.»

La donna sorrise appena e tornò a guardare Anesh. «Va bene. Basta che non si aspetti una traversata comoda.»

Anesh posò il cestino vicino alla cabina. «Posso rendermi utile.»

«Questo aiuta.» La donna indicò con un cenno le cime raccolte a poppa. «Sei mai stato su una barca da pesca?»

«Mai.»

«Allora per il primo giorno fai quello che ti diciamo e, soprattutto, chiedi prima di toccare qualcosa.»

L’uomo della locanda passò accanto a loro. «Mena, fagli vedere un po’ come funziona.»

«Certo.» Mena fece cenno ad Anesh di seguirla. «Vieni. Cominciamo dalle cose con cui è più difficile farsi male.»

La gru in fondo al porto cominciò a muoversi. Quasi nello stesso momento il motore della Frea cambiò tono.

Anesh si voltò verso la costa. Il sole non era ancora sorto, ma adesso la linea delle montagne era visibile dietro gli edifici. Da qualche parte molto oltre quelle montagne c’era Yantra. Pensò che forse avrebbe dovuto provare qualcosa. Nostalgia. Paura. Una qualche forma di solennità. Invece sentiva soprattutto freddo.
Le cime vennero liberate. La Frea lasciò lentamente la banchina.

Durante la prima ora nessuno parlò di Alma. Anesh aiutò come poteva. Spostò cassette, tenne una cima quando gli dissero di tenerla, la lasciò quando gli dissero di lasciarla.
La costa si abbassò dietro di loro.


Quando il sole emerse, il mare cambiò colore quasi senza transizione. Da grigio diventò una superficie chiara, percorsa da onde brevi che rompevano la luce in migliaia di frammenti.

Ku cominciò a muoversi nel cestino. Anesh si sedette vicino alla cabina e sollevò il coperchio quanto bastava perché entrasse più luce.

Le antenne apparvero per prime. Poi una parte delle ali.

Mena, passando, rallentò. «Che cos’è?»

«Ku.»

«Non ti ho chiesto come si chiama.»

Anesh sorrise. «Non lo so.»

Mena rimase un attimo a guardare il cestino. «Naturalmente.» Riprese a camminare.

Verso metà mattina il comandante — Anesh aveva ormai capito che l’uomo incontrato alla locanda era il comandante, anche se nessuno lo chiamava così — uscì dalla cabina con una tazza in mano e si appoggiò alla fiancata.

«Fra qualche ora cambiamo rotta.»

Anesh guardò davanti a sé. «Verso Alma?»

«Ti avevo detto di non chiedere di Alma.»

«Verso ovest.»

«Siamo già verso ovest.»

«Allora verso dove?»

L’uomo indicò una zona indistinguibile del mare. «Verso il punto in cui la gente smette di fare domande intelligenti.»

Anesh attese. «L’Orizzonte?»

L’uomo bevve. Questa volta non lo corresse.

«Ci passate?»

«A volte.»

«Perché?»

«Perché dall’altra parte ci sono pesci.»

Anesh rise, convinto per un istante che fosse una battuta. L’uomo non rideva.

«Pensavo che lo evitaste.»

«Lo evitiamo.»

«Hai appena detto che ci passate.»

«Le due cose non si escludono.» Indicò il mare con la tazza. «Quando puoi, giri intorno. Quando non puoi, passi. Quando devi lavorare, fai molte cose che preferiresti non fare.»

Anesh guardò gli altri. Mena stava controllando una rete. Uno dei marinai sistemava qualcosa vicino al verricello. Nessuno sembrava prestare attenzione alla conversazione. «È vero che scompaiono persone?»

Il comandante non rispose subito. Anesh capì di avere finalmente fatto una domanda che non gli piaceva davvero.

«È vero che il mare prende persone.»

«Non intendevo quello.»

«Lo so.»

«Persone che poi tornano.»

La mano dell’uomo rimase immobile attorno alla tazza. «Qualcuno.»

«E cosa raccontano?»

«Poco.»

«Perché?»

L’uomo si voltò verso di lui. «Tu quante volte hai spiegato a qualcuno perché vuoi bene a una persona?»

Anesh non si aspettava la domanda. «Non lo so.»

«E quante volte la spiegazione era la cosa?»

Anesh rimase in silenzio.

L’uomo annuì, come se fosse una risposta sufficiente. «Quelli che tornano fanno più o meno quella faccia.» Si staccò dalla fiancata. «Il resto lo aggiungono quelli che non sono mai stati da nessuna parte.»

Rientrò nella cabina.

Anesh rimase a guardare il mare.

Ku spinse leggermente contro il coperchio. Questa volta lo aprì.

La farfalla salì sul bordo del cestino. Il vento le mosse le ali, ma non la portò via. Rimase lì per qualche secondo, orientata verso la prua. Poi le aprì completamente.

Anesh seguì la direzione.

Non c’era nulla.

Mare.

Cielo.

Una linea troppo lontana per appartenere davvero all’uno o all’altro.

Eppure per la prima volta da quando aveva lasciato Yantra ebbe la sensazione precisa che il viaggio non stesse continuando.

Stava cominciando.